martedì 19 maggio 2009
Incontro 20 maggio ore 10
lunedì 18 maggio 2009
Prossimo appuntamento: TRATTA 09 martedì 19 maggio
autobus 508 (da Ponte Mammolo M B) o 501 (da largo Preneste)
venerdì 15 maggio 2009
sottocategorie
lunedì 11 maggio 2009
rendiconto narrativo uscita Tor di Nona 16.5.09
Termini 105 direzione Grotte di Celano
Qui comincia la tratta di oggi e la vera esperienza si ascolta e si guarda attraverso i finestroni del lungo viaggio in autobus che ci conduce fino all’appuntamento del sabato.
« Anteconjo » grida un bambino pakistano al suo fratellino da una parte all’altra della vettura e subito dopo inizia a canticchiare in un perfetto italiano. Dietro di me un mix di lingue si mescola al fragore degli autobus di Roma. Imbocchiamo la casilina e mi ritrovo a destra un fiume di baracche appiccicate all’antico acquedotto alessandrino e a sinistra botteghe ed elettrauti. In mezzo alla casilina ci sono le rotaie del tram Roma Laziali, il tram a due vetture giallo che da anni porta tantissimi romani dalle loro periferie al pieno centro, a breve (circa due anni) dovrebbe essere sostituito dalla famigerata terza linea metro di Roma, la C.
Fermata CENTOCELLE-PALMIRO TOGLIATTI
« Saremmo tutti dello stesso Dio» recita una scritta su uno striscione attaccato al tetto di un benzinaio dismesso, a lato si apre la vista su un accampamento che solo a tarda notte scoprirò essere il Casilino 900.
In questa parte di Roma completamente piatta non trovo punti di riferimento ; subito ad un bivio appaiono tre inicazioni una sotto l’altra, Viale Alessandrino, G.R.A , DECATHLON con una rande freccia dall’altra parte della strada la vernice bianca per terra disegna la scritta Roma centro.
Fermata TORRE SPACCATA
A desta il ristornte El Patio, quello tanto pubblicizzato per la sua Paella da RadioMambo , el ritmo dela vida. Passiamo sotto il GRA direzione Torre Angela. Un cartello recita ATTENZIONE, probabili code. « Mah va ?! »penso tra di me « ci vuole un cartello per sapere che tanto a Roma bisogna sempre farsi la coda, sopratutto sul GRA , che scoperta ! ».
Località GIARDINETTI
Si intravede la linea d’ombra dei castelli romani, il bordo della strada è cosparso di papaveri. A sinistra i palazzoni di Torre Angela o Tor Bella Monaca, non so.
CENTRO COMMERCIALE GROTTE CELONI
Ritroviamo il gruppo con Lorenzo che porta un cappello di paglia a falda larga e nella testa mi risuona il motivetto di « tutti al mare, tutti al mare a mostra’ le chiappe chiare… », ma alzo lo sgardo e vedo un campo completamente ricoperto da fiori gialli che mi ricorda che qua più che il mare c’era l’agro romano. Partiamo dal parcheggio dell’antica Fabbrica Breda, quella degli armameti della guerra ora capolinea degli autobus. Un camminante, definitosi economista riferisce che al bar dove ha preso l’acqua gli è piaciuta l’idea del nostro progetto, ma sono alquanto preoccupati per la scelta dei quartieri in cui passeremo tanto che subito dopo chiedono, « …ma siete armati ? » lui ride e proseguiamo.
Nel quartiere di Torre Gaia costruito per gli operai della fabbrica spuntano casette di due piani, con quatto citofoni a numero civico, bei giardini e orti coltivati di fronte il vialetto di casa. Quando attraversiamo le strade interne come una carovana e blocchiamo gli autisti del sabato tutti ci urlano dai finistrini « ma che ce sta’ ? » e noi di fretta rispondiamo che stiamo facendo una passeggiata lungo il GRA. Dalle macchine la risposta che mi ha stupito di più è stata quella di una nonnina in macchina con suo nipote : « Bravi, Bravi bisogna camminare ! ».
Entriamo nel consorzio del Parco di Torre Gaia superando un cancello a chiusura elettronica con affisso un cartello di vendita per un appartamento di 90 mq a 299.000 euro. Il consorzio si sviluppa intorno alla via Labicana antica via Casilina, passiamo dal giardinetto di quartiere e ci ritroviamo nella verdure. Superato un piccolo rilievo ci ritroviamo su una spianata completamente recintata sovrastata da una croce immensa e sorvegliata da telecamere. Sicuramente di proprietà della Chiesa riconosciamo lo spazio dove il Papa ormai andato, Giovanni Paolo, fece i suoi concerti dei Papa boys nel Giubileo.
Passiamo per prati fino ad entrare all’interno del Policlinico di Torvergata, stacco la mia canna di bambù da un canneto prossimo a un rigagnolo d’acqua, e proseguiamo dentro cespugli di cardi per rientrare nel consorzio che avevamo lasciato poco prima. Sotto la recinzione orti ben coltivati con pomodori e insaltina rubano lo spazio al prato di nessuno che ci ha rallentato il cammino. Si passà alle palazzini con otto citofoni per civico, mi chiedo « ma esiste la definizione villette ottofamiliari ? ».
Usciamo dal consorzio dove a lato fa da guardia ungiovane portiere stanco per il continuo via vai. Passimo grazie al sottopasso Torbella monaca la ferrovia e ci ritroviamo difronte al teatro omonimo. Qui incontriamo La rappresentante del coordinamento Case Popolari, una ragazza piena di energia con una bimba piccola, ma sveglissima vestita con una gonna a quadri. Si parla della sua precedente esperienza di occupazione come l’inizio dlela sua lotta per il diritto alla casa e delle violenze razziali del qurtiere. Quando la gente è disperata e non ha niente da perdere recepisce le cose che gli si racontano, le fandonie e tutto e si scaraventa con chi è come te solo più debole.si cerca di dare la colpa a qualcuno, aggredendolo. Il PEP del 1964 prevedeva dal 70-al 90% di case popolari concentrate in una sola zona attraverso la creazione di cooperative o la costruzione diretta da parte di imprenditori privati. Questo piano di zona ha dato vita a Ponte di Nona ed altri quartieri limitrofi, creando una zona ghetto. Altri progetti recenti come il teatro, che dovrebbe chiudere per mancanza di fondi, ci dice che non ha veramente attecchito tra la gente del quartiere. Come punto di incontro i suoi vicini preferiscono il supermercato, luogo di tanti episodi di « bullismo » come dice Alemanno.
Passiamo oltre, attraversiamo alcune case costruite attraverso cooperative incontriamo per caso uno degli architetti e ci scambiamo due parole. Al cassonetto vicino alcune ragazze trovano una macchinetta a pedali, un maggiolino rosso cabriolet. Appena lo vede Piccio pensa al compleanno di suo figlio che compirà presto tre anni e pensa a come portarlo con se fino a casa. Io ho la malsana idea di proporgli la mia sciarpa come guinzaglio ed inizia l’avventura del maggiolino portato a spasso come un cane per la città. La gente ride dai balconi e si stupisce della nostra follia, cosi facendo arriviamo in mezzo ai campi nel casale di un pastore che ci vende ricotta e pecorino fresco solo due ore dopo lo mangieremo.
Nel mentre ci si proccupa di come fare a passare dall’altra parte del raccordo visto che ci è stato rifiutata la richiesta di passare per un ponte, di proprietà privata che passa sopra il GRA. Si guada un rivo d’acqua ben due volte prima di arrivare ai resti dell’acquedotto Alessandrino. Li accannto si staglia un meraviglioso viadotto che inizia tra gli olivi e termina nello stesso modo, così come monumento a quello che sarà il fututo di quei luoghi ora grano e in seguito cemento. Mangiamo all’ombra di vari lecci, seduti su una strada bianca accompagnati da vino bianco, caldo e il timore che arrivi qualcuno che ci distolga dal nostro banchetto delle 4.30 del pomeriggio. Infatti subito dopo averlo detto arriva un gregge enorme di pecore con pastore e cani maremmani al fianco che ci fa sloggiare e ci impedisce di risederci nello stesso punto per tutti i ricordi che hanno lasciato a terra. Ci spostiamo al sole dove il vino e la calura fanno i suoi effetti. Prima di sprofondare nell’abbiocco post-pranzo ci mettiamo in cammino…
Casolari abbandonati, pensieri che volano si inizia a parlare di occupazione, di Casilino 900, di Rom, del problema casa, di distanze fisiche, ma anche mentali tra quelle case e Roma. Eppure se ci si pensa bene quei casolari in mezzo al nulla, circondati da rigogliosa campagna, in verità sono a due passi da via di tor di Nona, da Torbella monaca e ben presto si troveranno sommersi dalla città .
Passiamo campi coltivate a fave, dove un contadino non si stanca di ripeterci, « potete passare, ma non è un luogo di passaggio , mi fa piacere che passate, ma non è un luogo di passaggio … » e via cosi per circa due minuti a loop pronunciando sempre la stessa frase con lo stesso ritmo. Ridiamo tutti e ce ne andiamo verso il parco alessandrino. Ci accoglie un ritmo di tamburi africani : djambé, tarabuche e altro. Sostiamo un momento all’ombra dell’acquedotto cercando di ascoltare le parole del comitato per la difesa del parco, male orecchie sono completamente assorbite da quel ritmo primitivo. Ci avviciniamo a delle donne marocchine che suonano e ballano animatamente, tanto da coinvolgere tutti nella loro follia. Bambine quasi tarantolate agitano forsannatamente il bacino e i capelli al vento al suono delle percussioni e delle lingue che si agitano in suoni mistici.
Per concludere la nostra passeggiata arriviamo al casilino 900…entriamo prima io Giulia e Caterina, facciamo in tempo a essere avvicinate da un gruppo di bambine che ci getta petali di rosa, a ricevere una proposta di matrimonio e a essere accusate di essere giornaliste o poliziotte prima che tutto il gruppo ci raggiunga per concludere il nostro viaggio banchettando al tavolo con i rom.Alla fioca luce dei fari della macchina, mangiamo pecora, olive, pane e formaggio accompagnati dalla fuliggine di quelle case bruciate da pochi giorni su cui ci stiamo confrontando.
« Speriamo che dalla cenere nascono dei fiori e non resti solo il fango in questo campo » continuo a ripetermi nella mia testa. Ci allontaniamo per ritornare a casa alcuni a piedi altri su un cargo caricati come un braco di pecore o soldati pronti per la guerra. Accompagno mano nella mano una bambina di Torbella Monaca che è venuta a cenare con noi. Il suo timore più grande non è quella verso i roma, ma sono le sue bellissime scarpette nuove, bianche che non devono tornare a casa sporche altrimenti la mamma la prenderà a cinghiate.
Forse sarebbe più libera a correre scalza in mezzo al « pattume » come lo chiamava lei del campo piuttosto che vivere in quel terrore con cui dovrà confrontarsi vista l’enorme quantità di melma accumulatesi sulle sue scarpe.
martedi 12 maggio aquario romano ore 11
giovedì 7 maggio 2009
Mappatura fisica
LEGENDA
Biglietto atac: appuntamento all’incrocio tra Via Nomentana e Via di Casale San Basilio. Raggiungo il ritrovo spostandomi con la metro da Termini a Rebibbia e prendendo lì l’autobus 343.
Carta per alimenti, scottex, fili d’erba: pic-nic nei giardinetti di Via di Casale San Basilio.
Erba secca: attraversiamo il prato tagliato da poco.
Sasso: percorriamo un sentiero di ghiaia.
Corteccia: scavalchiamo una rete metallica sorretta da pali di legno.
Escremento di pecora: attraversiamo una vasta zona erbosa dove pascolano pecore e capre.
Foglio deteriorato: traccia dell'improvviso diluvio.
Papavero e margherita: dopo la pioggia, attraversiamo nuovamente colline erbose con fiori di campo.
Macchia di cioccolato: nel quartiere di Casale San Basilio Vecchio, Margherita si compra un bombolone ripieno.
Petalo di rosa, rametto da siepe, molletta per panni: passiamo in una zona residenziale, molto tranquilla, con villette dai giardini curati.
Cima di canna di bambù: attraversiamo un canneto.
Depliant di supermercati: passiamo sotto i portici di una serie di palazzi con le cassette della posta esterne.
Tappi: costeggiamo la strada del quartiere, passando vicino a bar e piccoli negozi.
Proiettili di pistola a aria compressa: campo di sosta di un gruppo di rom sinti giostrai.
Frammento tufaceo e alga: laghi artificiali per la pesca di trote.
Frammenti di parabrezza: Via di Tor Cervara è molto trafficata.
Fango: strada allagata all’incrocio tra Via di Tor Cervara e Via Comasta. Camminiamo rasenti al ciglio della strada ma è molto scivoloso.
Biglietto atac: ritorno verso casa. Tratta La Rustica Città-Roma Tiburtina. Da lì prenderò la metro per Termini.
Rendiconto narrativo
Oggi mappo. Mi sono trasferita da pochi giorni sulla Via Appia e il primo giro nel quartiere è stato in cerca di una cartoleria. Nello zaino metto due cartoncini bianchi, pennarelli, scotch, spillatrice, macchina fotografica, taccuino e penna. La settimana scorsa ho fatto l’errore di dire a Margherita, quasi con superbia, che «io non faccio mappe perché non sono un architetto». Ci siamo addentrate in un’animata chiacchierata tra le colline terrose dietro l’area commerciale di Porte di Roma, dove mi sono aperta a una nuova visione della cartografia. Il “rimprovero” della mia collega architetto mi ha spinto oltre quella pretesa di oggettività che io ritenevo primaria e che, non avendo le competenze per rispettarla, mi faceva affermare la mia impossibilità a mappare i nostri percorsi. Spinta da una dose di orgoglio e dalla voglia di mettermi in gioco sfruttando le personali capacità ho pensato di attaccare e riportare su un cartoncino bianco A4 i segni del cammino, in modo da avere tracce “fisiche” dei diversi terreni percorsi e delle loro conformità, delle realtà incontrate, delle attività svolte. Francesco, il mio ragazzo che oggi era in viaggio per partecipare a un convegno a Genova, telefona mentre mi sto ingegnando a “scotchare” sul foglio un escremento di pecora; sinceramente mi vergogno un po’ e la butto sul ridere: «Sono una ragazza seria eh io, sono all’università, mica come te che stai andando in vacanza in Liguria!». Anche a Giorgio, quando mi chiederà di spiegare alla telecamera cosa sto facendo, dirò che mi sono attrezzata per la mia “mappatura da bambina dell’asilo”. Mi accorgo di sminuire la cosa, ma in realtà sono molto contenta di ciò che sto facendo. Mi sembra di aver trovato il mio modo “non letterario” di rendicontare mostrando che «io sono qui», «io partecipo».
L’appuntamento è alle 13 all’incrocio tra Via Nomentana e Via di Casale San Basilio. Il gruppo è in ritardo perché ha aspettato gli studenti americani che oggi si uniranno a noi. Siamo tantissimi e “colorati”, e già ci mescoliamo mentre pranziamo nei giardinetti del quartiere. Subito dopo ripartiamo; obiettivo della tratta è quello di arrivare sulla Tiburtina dopo aver attraversato l’Aniene. Piccio e Panagiotis trovano un lungo tubo di plastica bianco e improvvisano un salto con la corda al quale gli americani partecipano con sorpresa e divertimento. Non ho capito come siano entrati in contatto con Piccio che li ha invitati a prendere parte alla camminata, ma sono ragazzi che frequentano a Washington un corso di fotografia e staranno in Italia per un altro paio di settimane prima di partire per Bruxelles. Hanno pressappoco la nostra età e Luca confessa che sarebbe bello fare fotografie a loro che fotografano: sembra che ogni cosa li emozioni, si sciolgono davanti a un vecchio triciclo e si fermano in gruppo davanti a una scuola per immortalarne la vecchia insegna. È un piacere vedere la passione che ci mettono e, come se fosse merito mio, mi sento un po’ fiera di poterli far partecipare alla tratta.
Scavalchiamo una rete sorretta da pali di legno per addentrarci in una zona erbosa confinante con il giardino di un paio di villette. Un pastore con capre e pecore, che scappano nel polverone appena ci avviciniamo, ci chiede se più tardi ripasseremo. «No, non si torna mai indietro». Il tono di Pietro è molto convinto.
Premesso che siamo partiti con un sole splendente in un cielo terzissimo, adesso cominciamo a scappare verso il grande prefabbricato che intravediamo oltre la collinetta perché dietro di noi sta avanzando il temporale. Gli americani corrono e ridono, ma quando riprenderemo a camminare sotto la pioggia un gruppo di loro si avvierà verso l’autobus. Facciamo appena in tempo a disporci in fila sotto la tettoia di quello che, dalle grandi vetrate, sembra essere un ristorante deserto che arriva il diluvio. Il cartoncino bagnato è la traccia che la pioggia ha lasciato sulla mappa. Mentre aspettiamo che spiova chiacchiero con una delle professoresse degli studenti americani. Insegna francese, e mi dpmando se parli un inglese chiaro e lento proprio perché abituata al “dialogo didattico”. Mi chiede cosa stia studiando, come mai non abbia continuato l’università a Firenze, cosa vorrei fare dopo la laurea. Conosce poco Stalker e cerco di spiegarle l’ideologia alla base del nostro percorso. Il mio inglese non è troppo sciolto ma mi si illuminano gli occhi quando alzando le spalle, sorridendo e guardando la pioggia che ancora ci immobilizza esclama «Evenif we don’t walk, it’s Stalker too».
Appena possiamo riprendiamo a camminare verso le villette e i vicoli di San Basilio vecchio. Il quartiere è così “preciso” e grazioso che mi ricorda le case rosse della Garbatella. Continua il maltempo. Pietro, dirigendo il cielo rimbombante, si esibisce nella Sinfonia tuoni e lampi n.2.
Passando da Via Senigallia e Via Fabriano attraversiamo ancora una zona residenziale, con aiuole ordinate e biciclette vicino ai portoni. Per strada non c’è nessuno a causa del maltempo, e mi colpiscono i nomi di città date alle vie perché a molte di loro associo un ricordo piacevole. A Fabriano, in gita con l mia famiglia, comprai un foglio di carta filigranata che regalai alla maestra Cristina.
Noto adesso che Panagiotis e Piccio continuano a trascinarsi dietro il tubo che abbiamo utilizzato per il salto della corda. Sarà lungo tre metri e se ne sono infilati un’estremità ciascuno nella tasca dei jeans. Quando camminano vicini se lo lasciano scorrere dietro come se fosse una rete da pesca, mentre se uno dei due precede l’altro sembrano legati da un lungo cordone ombelicale. Ogni tanto qualcuno inciampa o ci mette un piede sopra, generando l’occhiataccia dei due. Mi fanno venire in mente lo sketch di Aldo Giovanni e Giacomo quando inscenano i passatempi di tre gemelli nell’utero materno.
Per passare da una zona residenziale all’altra attraversiamo un canneto che la pioggia ha trasformato in un lago di fango. Un ragazzo americano mi fotografa le scarpe che ormai hanno una seconda spessa suola di terra, tanto che faccio fatica a camminare.
Attraversata Via Girolamo Mechelli arriviamo in Via Domenico Cosilia, dove in uno spazio sul bordo della strada sono parcheggiate una decina di camper. Lo spirito di curiosità, conoscenza e socializzazione non ci fa esitare e ci addentrarci nell’area di sosta. Fabio, che sotto un tendone sta aiutando la moglie a pulire le trote, si trova circondato, e lo assaliamo di domande mentre guardiamo divertiti i “residui” di giostre sparsi tra le casette. Sono un gruppo di rom sinti giostrai in sosta a San Basilio da 13 anni. Nella bella stagione girano le fiere d’Italia, mentre in inverno si dedicano alla raccolta del ferro. Mi sembra di capire che Giacomo abbia fatto una tesi sui campi rom di Roma, ma non era a conoscenza di questo piccolo aggregato che, prosegue Fabio (del quale noto l’accento calabro-romano) è piuttosto intergrato con il territorio e con gli abitanti del quartiere.
«Non vorresti vivere dentro una casa?»
«No, non siamo abituati. Una casa con terreno magari sì, ma una palazzina..»
Camminando, Michele mi spiega le famiglie rom presenti in Italia. I Sinti giostrai sono gli unici in Italia che mantengono il nomadismo, conservando magari una postazione fissa ma spostandosi per il lavoro estivo. Mi faccio raccontare dei fatti di Testaccio, dove nell’aprile 2007 i rom sono stati sgomberati fuori dal Campo Boario, ovvero dall’area dove iniziarono i lavori per la Città dell’altra economia. Alcune famiglie si spostarono a Saxa Rubra, ma molte di quelle con bambini, che frequentavano le scuole di zona, si accamparono sul Lungotevere fino allo sgombero definitivo dell’anno successivo. I fatti di Testaccio sono stati, nel loro genere, i più “noti” della città. Michele sostiene il fatto che quello fosse il campo rom più centrale della capitale, e che i suoi abitanti avessero stabili rapporti di convivenza con il quartiere. «È stato rotto un sistema che funzionava. Tutto questo è stato paradossale: fare la Città dell’altra economia..dove un’altra economia c’era già!».
Intanto siamo arrivati a Via di Tor Cervara, ampia strada trafficata che ci costringe a camminare in fila indiana. Raccolgo dei frammenti di parabrezza: testimonieranno una viabilità non sempre scorrevole e regolare. Giriamo a sinistra verso i laghi artificiali. Impressionanti. Ci troviamo davanti due laghi che si insinuano tra le cave di tufo e il verde del prato, e il “baretto” in legno sembra completare perfettamente quella che dalla strada sembra un’immagine uscita da Tom Soyer. Anche l’ultima uscita si è conclusa con la nostra ammirazione della cave di tufo lungo la Roma-L’Aquila. Mi impressiona il colore caldo e le forme morbide, il loro ergersi all’improvviso nel nulla; sembrano ponti di roccia dai bordi levigati.
All’incrocio tra Via Cervara e Via Comasta la strada è allagata, e all’iniziale «oooh» di ammirazione segue un «aaah» con arretramento appena un’auto, passando veloce, alza un’onda di acqua non limpida. «This is the best I’ve ever seen!», commenta uno degli americani.
Proseguendo su Via di Cervara intrattengo un'intellettuale conversazione con i due erasmus a proposito dei versi degli animali che cambiano nelle varie lingue. Siamo stanchi, però ora so che il cane e il gatto spagnoli fanno wolf e miau.
Arriviamo alla stazione La Rustica Città e, fra tutti, siamo un po’ provati. Davanti a un cumolo di copertoni abbiamo subito abbandonato l’idea di costruire una piramide che testimoniasse il nostro passaggio e, tra di noi, scema la voglia di concludere la giornata con un aperitivo. Ci accasciamo scompostamente sulle panchine e sul muretto della stazione, aspettando il treno delle 20:05 che ci porterà a Roma Tiburtina. Un gruppo di giovani “autoctoni” ci guarda e ci commenta tra l’ironico e l’incuriosito, e la cosa ci “accende” nuovamente. «Ma guarda che so tutti zozzi de tera!»; «Per me avete scelto il posto più peggio de Roma a stare qua».
Cominciamo a lanciare sfide: salto alla corda? (con il nostro tubo, ovviamente). Tiro alla fune? Ci fondiamo e ridiamo di nuovo mentre ben tre persone riescono a saltare contemporaneamente il tubo che sferza l’aria. Io non salto; questo, davvero, non lo so fare. Intanto però appiccico proiettili, vetri e tappini su un cartoncino ormai umido e mi sento un po’ meno “bambina dell’asilo”.