venerdì 22 maggio 2009

OKUPAS














Ciao a tutti!
Voglio presentare due essempi spagnoli sul'abitare ed ocuppare che penso vi interesseranno molto.
Il primo è il progetto "Instant City" di José Miguel de la Prada Poole, del 1971, lo abbiamo scelto per la sua condizione di transitorietà ; e il secondo essempio sarà l'opera del giovane architetto sivigliano Santiago Cirugeda, e questo lo abbiamo scelto per le condizione legale e sociale in cui opera.
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José Miguel de la Prada-Poole è un architetto quasi completamente sconosciuto oggi nella Spagna. Il carattere dei suoi progetti spiega questo in gran parte. Professore nella ETSAM (Escuela Tecnica Superior de Arquitectura de Madrid), egli è stato, comunque, un maestro per tanti giovani architetti spagnoli che stanno facendo molto, e che sono, loro si, molto conosciuti e apprezzati. Anche io stesso posso dire, più umildemente, questo. Non ho mai conosciuto un professore come lui.

Il progetto della "Instant city" data del 1971. Qui si svilupanno le idee principale di Prada-Poole. Si trata di una città per le persone che dovrebbero rimanere in Ibiza per il Congresso Internazionale di Design. Era una convocatoria "contraculturale", gli studenti di tutto il mondo eranno chiamati a una spiaggia di Ibiza per il "Comité ad Hoc per la Città Istantanea". Prada-Poole dovrebbe dare alloggio a questi studenti. La sua idea era come la temporalitá, la legerezza, il riciclaggio, e l'organizacion potevanno influire su quelli che abitavanno lì; e come questo se poteva raggiungere grazie a questa sperienza concreta e queste persone, col suo modo d'abitare.

C'eranno soltanto due mesi per il disegno di questa "città" e condizioni di zero denaro. Prada-Poole adattò un progetto anteriore per una città di vacanze itinerante; con elementi che dovrebbero servire per l'autocostruzione del insieme da parte degli studenti; con la base di un "sillabario costruttivo". Con pezzi neumatici di colori diversi, forbici, e una cucitrice, la città poteva crescere ilimittatamente, e qualcuno poteva aggiungere nuovi pezzi di città grazie al modo in cui questa era stata concepita. Una città "senza porte", di crescita illimitata, definita per i suoi utenti, ma soltanto possibile per che era istantanea, destinata a scomparire quasi subbito.

In efetti, la polizia arrivò in meno di due mesi e questa sperienza vidi la sua fine. I plastici di colori fu donato da parte di Prada-Poole per le serre vicine a la costa. Così lui spiega come certa parte de la isola era piena di colori che avevano fatto prima parte di questa "Instant City"

C'è tanto da dire di questo progetto, ma rimane, insieme col nome di Prada-Poole, un vero enigma. Sicuramente per che non puo essere di un'altro modo.

Qui vi lascio delle imagine, un testo dal proprio Prada-Poole molto interesante (in spagnolo), e un link a un video dove lui tratta di altri progetti suoi.






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Santiago Cirugeda é un giovane architetto spagnolo per la ESARQ di Barcelona. Lui é preoccupato per cuestioni di riciclaggio e architettura transitoria, ma, sopratutto, lui é stato molto aprezzato per lo sviluppo di strategie di ocupazione e intervenzione urbana. Lui si definisce a se stesso come alegale, cioè, lui trata di sfruttare i vuoti legali in beneficio della comunità. Tutti i suoi progetti si possono incontrare nella sua web sotto il titolo generico di Recetas Urbanas, e ognuno é libero di usare queste ricette, che non sono più che una serie di attrezzi per superare la burocracia locale e così essere in posizione di sviluppare progetti economici con una visione che sia veramente quella della comunità.

Non c'è molto senso in parlare più di Cirugeda, poichè tutto è nel suo sito e offerto a tutti. C'è anche la versione in inglese per chi non vuole perdere il tempo con lo spagnolo.

Spero che questi due essempi siano stati d'interesse per tutti voi. I punti comuni con quello che facciamo nel corso possono considerarse soltanto tangenziali, ma comunque penso che guardare quello che fa altra gente che, alla fine,hanno gli stessi pensamenti, non fa male. Anche per mostrare quello che c'è nella Spagna. Forse molti conoscevate a Cirugeda già, ma spero che il discubrimento di Prada Poole sia stato piacevole.

Ci sono un sacco d'errori, lo so.






http://caminantenohaycaminoroma.blogspot.com/

DERIVA













Dopo i dubbi circa il concetto di deriva abbiamo fatto un po 'di ricerca sulle sue origine, l'impatto, attualità…

Tutto iniziò
Tutto iniziò a Parigi con un piccolo gruppo di artisti chiamati, Paroliere, fondato per il neo-dadaista Isidore Isou, voleva di sostituire la cortesía per il rumore e la parola per la lettera. Influenzato da questo movimento, Guy Debord, un prototipo del maledetto carattere, di formazione e di auto eterodosse, che è nato nella città di luci, il giorno dei santi innocenti del 1931. Ha fondato l'International paroliere (IL), una rivista che ha avuto un’alternativa a nuovi e vecchi e riciclati surrealismo, come una nuova trasformazione del mondo. Ma certamente non è stato fino al 1957 che la fusione IL, con una nuova rivista, l'Internazionale Situazionista (SI).


Manifesto
L'uomo potrebbe partecipare a una visione multidimensionale di tendenze, di esperienze e di scuole diverse, contemporaneamente. Creare disordine, rompere con il vecchio ordine e trovare un modo migliore di comunicazione reale e diretto.

Attraverso questi situazioni, una reazione a catena è sollevata, per liberare la vita quotidiana, creare nuove passioni, creando una vera e propria rivoluzione nel comportamento e dare un senso alla cultura.

Sì, un'avanguardia
Sì, fu un'avanguardia, ma anche un nuovo modo di vivere. L'arte non deve essere bello, contemplativo o durativo, semplicemente deve provocare un impatto e dimenticare la considerazione di "opera d’arte".

Collettività
La collettività situationista ha utilizzato l'arte come un elemento centrale, la ricerca di situazioni era il fondo di tutto. I principali situazionisti erano: Isidore Isou, Michelle Bernstein, Asger Jorn e Gil Wolman Veneigem Raoul.

Metodi
I metodi che vengono proposti sono:

Psychogeography: Le città dovrebbero essere luoghi di incontro, si faceva mappe sulle emozioni che suscita lo spazio urbano, l'alterazione delle strade, alla ricerca di una "urbanismo unitario" che ha utilizzato l'arte e la progettazione urbana per creare rapporti dinamici e gli esperimenti sul comportamento .

Deriva: tecnica di passo ininterrotto, di camminare senza meta, senza alcun punto fisso, cambiando di strada, alla ricerca di altri ambienti.

Detournement (deviazione): dobbiamo cercare di alterare il significato del elementi estetici. In questo senso, non vi può essere la pittura o musica situazionista, ma un uso situazionista di questi mezzi.


INTRODUZIONE













Come introduzione, il poema più famoso di Antonio Machado, che ci viene in mente quando pensiamo in quello che facciamo. Abbiamo scelto il suo piú famoso verso per il titolo del nostro blog ( dove e tuto lo che facciamo noi), il nome di questo blog è http://caminantenohaycaminoroma.blogspot.com



Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Nunca persequí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse...

Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino
sino estelas en la mar...

Hace algún tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyó la voz de un poeta gritar
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso...

Murió el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso...

Cuando el jilguero no puede cantar.
Cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso.



"No hay camino, hay que caminar..." - Luigi Nono




Mappatura fisica

13 maggio 2009

RECTO


LEGENDA

Biglietto atac: appuntamento alle 13:18 alla stazione La Rustica Città. Lascio il motorino a Termini e mi sposto con la metro B a Tiburtina, dove prendo il trenino delle 13:01 in direzione Tivoli.
Briciola di tarallo salato, carta di gomma da masticare, frammento di vetro d’auto: pranzo veloce sul marciapiede sporco, davanti alla strada trafficata.
Foglia d’insalata e legno di cassetta da frutta: mercato ortofrutticolo all’aperto di Via Dameta.
Logo del progetto: Panagiotis imprime sul marciapiede, con le bombolette, la spirale rossa attraversata dal polivalente acronimo GRA.
Semi di zucca (semenche), e loro disegno firmato da Madonna: chiacchiere davanti alla casa in muratura del campo nomadi di Via Dameta, dove ci ha condotto Lucio Conte. Mentre un gruppo di noi si fa raccontare la storia del campo e dei suoi abitanti io e Margherita veniamo circondati da bambini che si divertono a disegnare sulle nostre mappe.
Disegno della regione Marche e relative informazioni: Claudia, che mi fa compagnia durante tutto il tour del campo, mi ripete la lezione di geografia sulla quale è stata interrogata.
Carta di cerotto: segno dell’organizzazione degli abitanti del campo. In tre giorni, chiedendo a amici e alla portineria dell’università, non sono riuscita a reperire un cerotto per coprirmi il dito che mi sono tagliata; appena lo chiedo a una signora con la lunga treccia nera entra sicura in un bianchissimo bagno con la vasca idromassaggio e me ne porge una scatola.
Rametto di gelsomino: Via Delia è un susseguirsi di villette con giardini curati e siepi profumate.
Buccia di melanzana, foglia di carciofo, macchia di caffè: al numero 106 veniamo invitati per un caffè da due gentilissime signore che stavano pulendo le verdure per metterle sott’olio.
Papavero e spighe: costeggiando il raccordo attraversiamo un bellissimo campo “tricromatico”: il rosso dei fiori, il giallo delle spighe, il verde dell’erba.
Etichetta in plastica con nome orientale: il campo termina del parcheggio dell’albergo Novotel, evidente meta di pullman turistici.


VERSO
LEGENDA

Foglia di allora resa grigia dalla polvere: Via Collatina è un via vai di camion e autotreni immersi nel pulviscolo.
Macchia di terra: attraversiamo un terreno in costruzione, arido e secco.
Margherita gialla: aldilà di un fossato si stende una distesa gialla, impressionante proprio per la contrapposizione con l’arsura del terreno da cui usciamo.
Tappo di birra e spicchio d’aglio: tra gli alberi sono accampati un gruppo di rumeni che hanno appena pranzato.
Trifogli: ci sdraiamo in un prato di trifogli. Sono così alti che lasciamo profonde sagome tra il verde.
Sasso: arriviamo su Via Prenestina uscendo da una piccola strada di campagna.
Carta di gelato: pausa al bar accanto al negozio di lampade “La casa della luce”.
Ex (1) salumificio (2) Fiorucci (3) occupato (4):
(2) gancio per carni, bullone: residui del lavoro che vi veniva compiuto.
(1) foglia di fico: simbolo dell’abbandono e del degrado del complesso in disuso da anni, le cui stanze sono invase da escrementi di animali e da vegetazione casuale.
(3) scotch con il logo della fabbrica: il grugno sorridente di un porcellino rosa è la sbiadita traccia del vecchio salumificio
(4) ritaglio di giornale: nonostante il degrado e l’abbandono la ex fabbrica “vive” di nuovi fermenti. Il giornale con la data di oggi che raccolgo da terra diviene traccia di persone che, abitandovi, si informano e comunicano con “l’esterno”.

FRANCESCA

Rendiconto narrativo

13 maggio 2009
Tratta 8 (da stazione La Rustica Città a Via Prenestina 913)

Alle 13:01 un bel gruppetto di noi parte da Roma Tiburtina con il trenino diretto a Tivoli. L’appuntamento è alle 13:18 alla stazione La Rustica Città nome che, concordiamo, ci fa pensare ai panini dell’autogrill, quelle sfoglie prosciutto e fontina vendute a spicchi regolari.. Abbiamo fame e, in generale, noto che siamo agitati.
Partiamo in orario, e mentre il treno lascia la stazione Piccio conta quanti dei nostri ritardatari abbiamo lasciato sulla banchina; prenderanno il treno dopo.
Impiegamo un po’ a trovare tutti posto in uno stesso vagone. Intanto Piccio lamenta la mancanza del pranzo, Bianca mette le mani avanti dichiarando di essere «in prova», Maria non ha trovato la soia in agrodolce per il riso al curry.
La stazione La Rustica Città è come il far west, afosa e deserta. Attraversandola per andare a cercare un bar mi appunto un paio dei francesismi e delle perle di saggezza che adornano i muri: «..te amo!!! grazie d’esiste»; «Nel dubbio mena».
Ci sediamo sul marciapiede, appoggiati alla vetrina di un negozio di articoli per la casa (37 euro un servito da 38 piatti!) e pranziamo mentre gli altri arrivano via via. Sarà la mancanza di Lorenzo e del suo “spirito mangereccio di condivisione”, sarà che non è ancora arrivato Giorgio con la videocamera, ma il pic-nic di oggi con le macchine che ci passano davanti è un po’ triste.
Irene è il volto nuovo della tratta e la interrogo. È iscritta alla facoltà di architettura di Valle Giulia, dove sta preparando una tesi sui rom. Le chiedo come un tale progetto di ricerca possa collocarsi al termine di cinque anni di studi architettonici, ritenendo che sia più oggetto di interesse dell’ambito antropologico o sociale. Mi dichiara la stanchezza per un’università astratta e il suo desiderio di affrontare uno dei problemi concreti di Roma: l’emergenza abitativa. Lei e il suo amico sono leggermente imbarazzati, e a maggior ragione mi chiedono spiegazioni appena tiro fuori l’armamentario per attaccare sulla mappa, che anche oggi comporrò, il biglietto atac e una briciola di tarallo. (Che strana questa cosa: le mappe si “tracciano”, la mia si “compone”).
Sembra che il treno arrivato un quarto d’ora dopo il nostro abbia definitivamente completato il gruppo; partiamo.
Al termine di Via Achille Vertunni, «largo Augusto Corelli angolo Via Dameta», come preciserà lui stesso, ci aspetta Lucio Conte. È membro del comitato di quartiere e ce ne racconta la storia. Spiega come recentemente sia stato proposto il progetto di riqualifica di una zona che di giorno è luogo di aggregazione grazie alla forza sociale delle scuola elementare, dell’oratorio, del mercato, delle nuove panchine poste lungo la strada, mentre la sera le strade si svuotano e vi si riversano l’insicurezza e il pregiudizio. Conosce le nostre camminate, e ci invita a aprire gli occhi e a guardarci intorno per intuire i nervi scoperti del quartiere. Mentre parla ci conduce al campo nomadi di Via Dameta, dove sarà accolto con sinceri saluti. Intanto Panagiotis ci stupisce con la sua idea di segnare il percorso con il logo del progetto; bombolette e stencil alla mano agisce velocemente in maniera sicura, lasciando sul marciapiede di Via Dameta due spirali rosse attraversate dal polimorfico acronimo GRA.
Anche Margherita “nastro celeste” sta mappando. (Abbiamo un’inusuale sovrabbondanza di nomi floreali, e lei è quella che mi ha suggerito il libro sull’artista sarda, Maria Lai, che nel 1979 “legò” il paese di Ulassai con chilometri di nastro di raso). Io ho già cominciato il mio caotico decoupage mentre lei, con la tranquillità e con il sorriso che la caratterizza, camminando traccia stilizzati ma chiari disegni in rosso su un foglio di carta da pacchi. È piacevole vedere come, man mano che capiamo i meccanismi, riusciamo a mettere qualcosa di nostro e di espressivo in quello che stiamo facendo.
Al campo rom veniamo accolti da piccole vedette attaccate alla rete di recinzione: «Chi siete? Siete usciti ora da scuola?», ci grida Madonna, nome impegnativo e pochi peli sulla lingua. Duccio ci presenta agli abitanti della prima casa in muratura, alla destra del cancello dal quale siamo entrati, che nella loro piccola ma ariosa veranda ci accolgono per raccontarci del campo e del probabile sgombero per destinare la zona all’ampliamento della A24 (La Roma - L’Aquila). «Sono persone che quando ci si sta insieme si sta bene», commenta Duccio prima di lasciarci. Un signore grosso, con i baffi, spiega che loro sono calderasha provenienti dalla serbia. Dice che nel campo sono 110, ma dopo averlo attraversato penso che debbano essere almeno il doppio.
Giacomo, fresco di una tesi sui campi rom di Roma, è di nuovo il nostro mediatore. Mi incuriosisce il fatto che stavolta ponga la domanda opposta a quella rivolta ai sinti giostrai:
- Perché non vivete in roulotte?
- Non siamo abituati.
In effetti la risposta di Giacomo, quando poco prima gli ho chiesto se già conoscesse il campo, mi ha sorpreso: «No, fortunatamente. Sennò me l’avrebbero annullata». Più tardi, mentre siamo seduti sotto una fresca veranda a bere la coca-cola che una famiglia rom ci ha offerto insieme alla possibilità di entrare nella sua villetta, continua: «Questo è un campo che non ha paragoni, è fuori dagli standard». Abbiamo appena attraversato quello che a prima vista potrebbe essere un rustico villaggio vacanze, dalla struttura semplice ma solo apparentemente essenziale. Se in altri campi visitati abbiamo appurato che l’acqua e la corrente non siano un diritto, adesso ci stupiamo mettendo il naso in grandi salotti con vetrinette e televisori a schermo piatto, notiamo le parabole in bilico sui tetti, invidiamo la vasca idromassaggio di un pulitissimo bagno in mattonelle bianche. Non voglio essere maleducata, ma chiedo se tale impeccabile organizzazione sia conseguenza di una riuscita integrazione con il quartiere, che magari vi ha collaborato. «Noi non chiediamo niente a nessuno, ci danno un terreno e ci costruiamo». Sinceramente non so cosa pensare. Non ero mai entrata in contatto con i rom così come è avvenuto in queste ultime settimane, ma nonostante le diverse e varie realtà incontrate quella di oggi mi lascia perplessa. E come me, molti altri.
Madonna sgranocchia semi di girasole, le “semenche”, buttandone a terra le bucce. Ne attacco un paio sulla mappa che lei completa con un disegno firmato da destra verso sinistra. Un ragazzo alle nostre spalle la prende in giro ma poi la giustifica: «Tra un po’ andrà a scuola. Prima andava a rubare».
Margherita ha aperto la sua mappa su un tavolo e i bambini aspettano il turno del pennarello rosso per disegnarci sopra. Simone, del quale eravamo stati avvisati con un «No, lui no, che ti disegna cose sporche», sta rifinendo una macchina accanto ai fiori di Alex e Madonna e ai cuori alati di Claudia e Giulia. Quando salutiamo i nostri ospiti Irene ne prende i contatti per coinvolgerli nel suo lavoro di tesi.
Claudia mi prende per mano e mi chiede se può scrivere il suo nome sulla mappa, e mi terrà compagnia durante quello che sarà un tour del campo. Le domando cosa abbia fatto la mattina a scuola, curiosità che la fa sentire in dovere di “insegnarmi l’Umbria”. Lei spiega e io devo ripetere, usando le sue stesse parole per non farla arrabbiare: capoluogo e provincia, caratteristiche fisiche, attività, prodotti tipici.. È esitante sulle regioni confinanti, ma poco dopo torna con la cartina che stanno componendo in classe. «Ho sbagliato, guarda. Scrivi bene. Confina con Abruzzo, Marche, Toscana e Lazio, ecco». Maria ci fa una foto mentre, come due vallette, reggiamo i lati della cartina, e Claudia mi lascia l’indirizzo perché gliela spedisca.
Usciti dal campo ci troviamo all’incrocio tra Via Delia e Via Villa Santa Maria. Passiamo davanti a una serie di villette, ordinate e curate, con tanto di barboncini abbaianti, siepi profumate, alberi da frutto e cespugli di fiori. Arianna mi convince a attaccare sulla mappa un pezzo della pesca acerbissima che sta mordicchiando. Sento il bisogno di comunicare che anche la mia nonna si chiama Delia, come la via, e concentrata come sono a discutere con Margherita (la terza, la “Margherita-studentessa” del corso di arte civica) dei nomi delle rispettive nonne non mi accorgo che al numero 106 di Via Delia siamo stati invitati per un caffè da due gentili signore che stanno lavorando carciofi, finocchi e melanzane per farli sott’olio. «Ma senti che mi chiede questa», si stupisce una di loro quando domando un paio di bucce per la mappa.
Giacomo è disperato:
- E dai Piccio, andiamo!
- Dove?
- A camminare! ma che è oggi?!
- Ma un caffè non si rifiuta..
Ripartiamo dopo che Valerio, uno dei nipoti, ha commentato la spiegazione del nostro giro con un «Ma voi siete scemi».
Costeggiamo il raccordo e passiamo sotto a un cavalcavia. Mi segno i nomi delle vie: Via Tufara, Via Fillide, Via Damone. Ora che scrivo mi sembra di ricordare che Fillide sia un nome leggendario e lo vado a cercare sulla garzantina Mitologia.
Nel farsi letteralmente strada tra un campo di altissime spighe (lunghe più di me che sono 1 metro e 68) rimango indietro con Matteo, Pietro e Margherita e ci imbarchiamo in una serie di considerazioni più o meno costruttive sul modo di comporre la mia mappatura fisica. Pietro commenta delicatamente le annotazioni di Matteo: «Ma che gli stai rompendo il cazzo per la grafica?», ma bene o male i tre “architetti” hanno una visione comune. Mi sono segnata le osservazioni fatte:
• Necessità di curare meglio la “base” della mappa. Disapprovano il cartoncino bianco in quanto troppo neutro, e le possibili alternative potrebbero essere un foglio con una grana più bella, una tavoletta di compensato, la cartina dell’area che stiamo percorrendo.
• Metodi di attaccatura: l’esubero di scotch trasparente è «una pecionata», troppo evidente e disordinato. Meglio, allora, usare del nastro adesivo colorato che almeno diventa elemento integrato della mappa. A quel punto funzionerebbero anche i biglietti atac come estremi del percorso, elementi che secondo Matteo stonano perché «eccessivamente definiti» rispetti agli altri assemblaggi. Margherita suggerisce un collante più minimalista come la spillatrice, ma le faccio notare che sarebbe utile solo per un numero davvero esiguo di elementi.
• Creare una composizione più ordinata, magari raccogliendo le tracce strada facendo e mettendole insieme in un secondo momento, studiandone la disposizione («Le cose più pesanti sul fondo»). A questo ribatto prontamente, perché se le osservazioni estetiche sono illuminanti e mi fanno riflettere, d’altra parte non voglio mutare lo scopo di comporre la mappa cammin facendo, vedendola “espandersi” a seconda della strada fisica e non. Penso che solo con questo metodo del “raccolto e attaccato” possa trasmettere quel qualcosa in più di mio, di estemporaneo, che si perderebbe se agissi “conservando e ordinando”.
Camminando Matteo rialza il sentiero d’erba da noi calpestata in modo da depistare Luca, che con la sua macchina fotografica in spalla rimane sempre in fondo. Finiamo nel parcheggio di un albergo Novotel, e mentre sono seduta in terra per mappare Giorgio mi richiama al mondo con un «Quanto mi dai per questo?». Sventola quella che sembra un’etichetta per valigie con su scritto un nome orientale, traccia dei pullman che riversano negli albergoni periferici folle di turisti. Ringrazio e attacco. Arianna con la pesca, il nostro cameraman, i tre “colleghi architetti” e le loro osservazioni: mi fa piacere pensare che gli altri partecipino al “gioco” che mi sta facendo percepire le camminate in modo diverso.
Costeggiamo il marciapiede del supermercato Metro della zona Collatina. La strada è molto trafficata, passano soprattutto camion e autotreni che alzano un continuo polverone. Noto che le siepi che fiancheggiano la cancellata di quella che sembra una fabbrica sono così polverose da sembrare spruzzate con lo spray argentato. Eppure devono essere state potate da poco perché nell’aria è forte l’odore di alloro e in terra ci sono mucchi di foglie non ancora secche.
La polvere e la terra secca, rossa e leggera, continuano nelle zone in costruzione lungo il raccordo. L’aridità di questo paesaggio fa da contrappunto ottico al bellissimo prato di fiori gialli di cui non vediamo nemmeno la fine. Ne attacco uno. Luca puntualizza che ce ne sono anche altri di colori diversi, ma le margherite “mi emozionano di più”.
Tra gli alberi di un boschetto incontriamo un ragazzo del gruppo di rumeni che qui si sono accampati in baracche di legna e teli di plastica e di stoffa. Matteo si informa: viene dalla Romania, dove sabato tornerà perché là ha moglie e figli.
- Ma quanti anni hai?
- 18.
Ha provato a cercare lavoro nei cantieri ma, più che al fatto che non lo prendano perché non parla bene l’italiano, credo che semplicemente abbia fatto due conti e dedotto che non gli è proficuo. Da quando è a Roma il chiedere le elemosina è «andato bene, non conviene fare altro», e spiega a Matteo dove lavora tutti i giorni. Ci fa vedere il passaporto e ci fa notare di non avervi fatto scrivere che è uno zingaro romeno.
Il lago visto sulla mappa si rivela poco più di un bozzo. Vorrei lasciare una traccia d’acqua sulla mappa ma quando sento dire che è passata una serpe mi convinco che non sia poi così importante.
Ci troviamo a camminare in un alto prato di trifogli, dove i piedi affondano come se fosse schiuma. La scia che lasciamo camminando tutti in fila mi richiama la rivoluzionaria arte di Richard Long e, ora che scrivo, la vado a ricercare sulla “bibbia” Walkscapes. Semplicemente, anche la nostra erba calpestata è A Line Made by Walking. Continuo a pensare a questa cosa mentre Fabrizio ci propone di sdraiarci tra i trifogli e di alzarci tutti insieme al suo segnale. Chiedo a Gabriele di fotografare la sagoma che ho lasciato e, guardandomi intorno, vedo che l’intero prato ospita i negativi dei nostri corpi. «Con il tempo la scultura sarebbe scomparsa» (H. FULTON, cit. in F. CARERI, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Torino, Einaudi, 2006).
È una situazione di calma di riposo, e quando Piccio chiede se qualcuno vuole leggere una poesia procedo con quello che è diventato il “rito del nastro celeste”. Stavolta non è Maria Lai la nostra traccia, e leggo nel silenzio una poesia di Pasolini: « Correvo nel crepuscolo fangoso..». È un bel momento, mi emoziona. Lego il nastro celeste al fico cresciuto accanto alla grossa cisterna d’acqua davanti alla quale ci siamo fermati, giusto in tempo prima che un gruppo di cani abbaianti ci inducano a tornare indietro.
Panagiotis disegna il logo su un muro di cemento. Se fin’ora ha usato gli stencil, adesso agisce sul muro direttamente con lo spray. Usa quello con il getto fine per tracciare i contorni della spirale rossa, che riempie con la bomboletta dal tratto più massiccio. Lo guardiamo in silenzio.
Ci fermiamo a chiedere informazioni a un signore che sta lavorando nell’orto di casa.
- Ma quella è la Prenestina?
- Sì.
- E allora siamo arrivati!
- Beati voi!
Mi viene in mente lo sbalordito Pinocchio di Comencini quando, arrivato davanti all’inimmaginabile distesa d’acqua, chiede conferma di essere giunto nel posto giusto. Ho un vago infantile ricordo di quel film, e più ci penso e più mi convinco che tale scena, forse, me la sono solo immaginata.
In fondo allo stretto viottolo uscito dai campi c’è davvero la nostra meta. Non ci resta altro che avviarci verso il numero civico 913 dove ci aspetta Andrea, studente di Piccio e occupante dell’ex salumificio Fiorucci. Non ci neghiamo una pausa gelato al bar vicino a “La casa della luce”. Mi fa sorridere il fatto che l’“agognato” break avvenga accanto a una tale insegna così promettente e speranzosa.
“Mustafà e i quaranta ladroni” - nome, ci spiega Andrea, dato al turno di guardia - non vogliono farci passare e ricorriamo alla telefonata per farci venire a prendere al cancello della fabbrica. Arriva la nostra guida, entriamo.
«Nei pressi di Via Prenestina un ex impianto industriale è stato occupato da una cinquantina di persone e dai Blocchi Precari Metropolitani. La fama di case non tocca più solo i soggetti «storicamente» svantaggiati». L’articolo de “l’UnitàRoma” del 5 aprile 2009, uscito nove giorni dopo l’occupazione della fabbrica di salumi in disuso da più di vent’anni, mi fa leggere nero su bianco lo sconforto e le aspettative di cui Andrea ci racconta accogliendoci in uno spazio che si vuole strappare alla speculazione edilizia per far fronte a quel problema metropolitano di cui mi parlava Irene poche ora prima: di nuovo, ecco l’emergenza abitativa.
Il turno di guardia è seduto su una panchina appoggiata al muro, sulla sinistra dell’ampia strada interna per la quale saranno passati centinaia e centinaia di camion di maiali (entrando) e di salumi (uscendo). Sarà formato da una quindicina di persone tra le quali non mancano bambini su tricicli. La nostra guida è euforica, ci accoglie, ci presenta, ci spiega.
Andrea è un ciclone, una di quelle persone che puoi definire “un personaggio” e noi ci limitiamo a seguirlo. Il tour della fabbrica inizia da quello che oggi è il gabbiotto delle sentinelle e dalle stanze attigue adibite a dormitori. Il calendario copre l’intera giornata con turni di guardia di quattro ore ciascuno, e Andrea ride mentre ci spiega le tre tipologie dei “picchetti”, i turni di guardia. Il “marocchino” prende il nome dagli africani che durante il turno dormono sulle panchine all’aperto; l’”orizzontale” è quello di chi si accontenta della tradizionale brandina nel gabbiotto; “in piedi” è quello diurno.
Quando entriamo nella fabbrica vera e propria il caldo e gli escrementi di piccione ci tolgono il fiato. Gli ampi e alti saloni nei quali fino a una ventina d’anni fa si svolgevano le varie fasi di lavorazione delle carni ora sono bui e spogli, e non riesco ad immaginare i prossimi progetti che Andrea ci descrive velocemente ma con entusiasmo. Qua la biblioteca, là la sala studio, poi la sala per i computer, quella per i giochi, la zona musica, la zona relax.. Il tetto del complesso ha una ringhiera di ferro che si affaccia sul cortile, e Andrea vi si sporge a braccia aperte mugolando le famose note di Titanic. L’edificio al di là del muro che cinge l’ex fabbrica, che adesso, dall’alto, riusciamo a vedere, è un ex laboratorio chimico in cui dovrebbe nascere il vero centro sociale “figlio” dell’occupazione in corso. Piccio pensa ai rifiuti della vecchia attività e commenta: «Chissà che ci sarà la sotto..». Prima di scendere passando da una stretta porta arrugginita Andrea ci mostra fiero gli assemblaggi di tubi chiodati costruiti per bloccare le porte. Michele si lascia andare un «Ma queste sono macchine da guerra!». Torniamo nel cortile dove ci vengono spiegate le piccole ingegnosità dettate dall’arte dell’arrangiarsi: dalla parete si allunga un pratico tavolino, vecchi rottami sono stati trasformati in un funzionale barbecue, il tubo in ferro della fontanella fa dei giri contorti ma ne esce acqua fresca e potabile.
Andrea è pronto per la visita guidata ai blocchi abitativi ma mi arrendo, e con Maria e Giacomo diserto in cerca di un autobus. Sono stanca e “piena” delle tante cose fatte oggi e non riesco più a seguire il ciclone vivente che ci trascina da una parte all’altra della fabbrica. In più sono scontrariata dalla risposta sguaiata che Andrea mi ha dato quando gli ho chiesto quando la fabbrica fosse stata occupata. Ho capito che l’hai già detto più volte, vorrà dire che non go sentito. Insomma, come si dice dalle mia parti, “sto tirando il calzino” e divento irritabile. È meglio che mi riavvii verso casa.
La fermata del 501 è vicinissima, l’autobus passa subito e inizio il percorso di ritorno verso Porta Maggiore. Dato che l’ultima volta lo sentivo discutere con Maria su questo fenomeno di onnipresenza faccio notare a Giacomo che anche sulla Prenestina ci sono le indicazioni per l’Auditorium. «È incredibile, sono ovunque. E poi quando arrivi vicino un c’è più un cazzo». Anche ora che scrivo questa cosa mi fa sorridere..

FRANCESCA

mercoledì 20 maggio 2009

Prossimo appuntamento - mercoledì 27 maggio

Spostando di un giorno l'appuntamento fissato da calendario, ci vediamo MERCOLEDÌ 27 alle 15:07 (nuovo orario per evitare la calura) alla stazione di Roma Ciampino.
Il trenino parte da Termini alle 14:52.

Si raccomanda la puntualità perché siamo invitati al campo nomadi La Barbuta di Ciampino!

martedì 19 maggio 2009

Nastro celeste

13 maggio 2005
Ramo di fico nel campo di trifoglio dietro Via Prenestina, accanto alla cisterna

Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.

Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango - che la pioggia scavava
in infetti tepori - le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.

Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.

Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...

Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l'uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.

E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.

Pier Paolo Pasolini