martedì 30 giugno 2009

domenica 28 giugno 2009

Mappatura fisica

Mercoledì 17 giugno
Da Corviale a Stazione Aurelia.

1. Sandalo sinistro



Legenda

Biglietto atac: arrivo in autobus a Corviale.
Biglietto “Da Bombardiere - Bar Pizzeria”, bustina di zucchero: prendiamo un caffè aspettando di essere tutti.
Pezzo di gruccia per panni: visitiamo il complesso di Corviale.
Forchetta, paglia: attraversiamo un campo di erba secca, dove vediamo anche un cavallo.
Osso: sentiero arido dopo la tenuta Massimi.
Chicco di grano: camminando sul sentiero, alla nostra sinistra si apre un campo di spighe gialle.
Ambre magique: camminiamo lungo Via della Pisana.
Foglia: siepi curate del complesso privato dal quale ci cacciano.
Pietra: cantiere abbandonato.

2. Sandalo destro



Legenda

Pera: dolmen di pere e sassi appena usciti dal cantiere.
Spiga e finocchietto selvatico: scavalchiamo la protezione della strada per raggiungere i campi.
Frammento tufaceo: camminiamo tra aride collinette di terra secca, davanti a noi, in lontananza, un complesso di case in costruzione.
Fiore: siepi fiorite molto curate delle ville lungo la strada per raggiungere Via del Casale Lumbroso.
Carta di gelato: ci fermiamo a fare il punto della situazione in un bar.
Vetro: segni di un incidente in Via di Brava.
Cd: camminiamo lungo Via Aurelia. Margherita 2: «S’è finitooo!».

FRANCESCA

sabato 20 giugno 2009

Nastro celeste

Casale abbandonato della famiglia Torlonia lungo Via di Castel di Leva

I nastri da lei usati sono infatti simboli, l’equivalente materiale di significati immateriali, come la fiducia reciproca, il desiderio di dialogare e confrontarsi con gli altri, l’apertura mentale, lo spirito di amicizia e di collaborazione. I simboli si presentano come un anfibio che vive, congiuntamente nel mondo interno dell’uomo sottoforma di idee, valori, sentimenti, emozioni, e in quello esterno, dove assumono la forma di un veicolo materiale qualunque [...] e, proprio per questo, sono lo strumento più efficace di mediazione tra questi due ambienti diversi. Essi sono efficaci, dunque, proprio se, e in quanto riescono a mantenere quella loro natura anfibia, il che significa che debbano innescare movimenti in una duplice direzione: dal mondo interiore dell’uomo verso il mondo esterno, come riflessione e attività dei soggetti, individuali o collettivi, che si insinuano all’interno di esso, provocando effetti e conseguenze tangibili; e come azione che nasca al di fuori di questo mondo interiore e sia recepita da quest’ultimo radicandovi in profondità nuovi concetti e nuove emozioni, tanto forti da riuscire a spostare il confine della mente e del corpo rispetto alla loro posizione abituale, cioè di innescare specifici effetti su/nella realtà.

Silvano Tagliagambe, La politica alta cammina su un intreccio di fili colorati, in A. GRILLETTI MAGLIAVACCA, Ulassai. Da ‘Legarsi alla montagna’ alla ‘Stazione dell’arte’, Cagliari, Arte Duchamp, 2006, pp. 37-43: pp. 37-38.

giovedì 18 giugno 2009

Silone

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mercoledì 17 giugno 2009

Aurelia

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vittoria e chiara

martedì 16 giugno 2009

Mappatura fisica ("veduta d'insieme")

Tratta 12
9 giugno 2009


Intrecciando i cavi elettrici trovati durante una delle prime uscite ho costruito un simbolico G.R.A.

Legenda generale

Parte fasciata con il nastro celeste: tratta del giorno, II ponte di laurentina-Corviale (l'uscita 25, Laurentina, si trova effettivamente in corrispondenza delle "ore 18" del "quadrante" del G.R.A.).
Tratteggio in rosso: percorso rimanente per tornare al punto di partenza (uscita 1, Aurelia).
Tratteggio in celeste: percorso compiuto fino ad oggi.

La "mappatura fisica" ha avvio in corrispondenza dell'Aurelia («l’inizio di tutto»), e procede in senso orario.

Pre-appuntamento mercoledì 17 giugno

Per chi volesse visitare Corviale prima dell'appuntamento delle 15:30, ci vediamo allo stesso posto alle 12:30 e mangiamo insieme (pranzo al sacco).

Vi do il numero di Margherita1, contattatela se pensate di partecipare alla gita così ve ne dà la conferma!
3209213387

Mappatura fisica (particolari)

Legenda particolare

Biglietto atac: tratto dalla stazione metro Furio Camillo alla fermata del 776 presso il II ponte di Via Ignazio Silone (alla quale il mio gruppo arriva dopo un tratto a piedi perché dalla stazione Laurentina abbiamo preso, sbagliando, il bus 761).
Vimini intrecciato: cesto con nastro celeste trovato al cassonetto vicino alla fermata. Piccio era tentato di farne la mascotte della giornata ma ha desistito non trovando sostenitori che condividessero con lui l’onere del trasporto.
Fiore di plastica: passiamo davanti a uno spiazzo in cui la mattina si tiene sicuramente il mercato di zona.


Fiore di malva e susina: attraversiamo un’area di verde urbano e ne assaliamo il solitario albero da frutto, nonostante le susine non siano mature.
Palloncino blu: giardino comunale con tanti bambini che giocano.



Cd da titolo adolescenziale: reperto del “ricco” ciglio della strada lungo Via Ignazio Silone.
Terra rossa: attraversiamo un circolo di tennis.
Rosa: breve bivacco nell’aiuola spartitraffico davanti al centro commerciale Euroma2.


Scontrino: attraversamento del centro commerciale in stile “gruppo turistico spagnolo”.
Frammento tufaceo: attraversiamo un’area di scavi archeologici.
Programma cinema e pop-corn: pausa merenda nei giardini del Cinema Stardust.


Pinolo: giardinetti condominiali di Via Lordi.
Frammento di tubo: attraversiamo la zona dell’acquedotto della Magliana.

FRANCESCA


Rendiconto narrativo

Tratta 12
9 giugno 2009
(da stazione Laurentina a Corviale)

Mentre studiavo mi sono distratta a guardare l’hula hop appeso al muro della camera: banalmente, e sulla scia di una preoccupante deformazione, ho pensato che è «tondo come il raccordo». Non sacrificherò il mio cerchio colorato per la mappa di oggi, ma recupero i lunghi cavi elettrici raccolti durante una delle prime tratte e li intreccio tra loro per formare un simbolico e efficace G.R.A. Giusto per essere precisi e avere riferimenti fascio con un nastro celeste la porzione corrispondente al percorso di oggi (Laurentina-Corviale), mentre “tratteggio” con un filo rosso quella relativa allo spazio rimanente. Il tragitto compiuto è OVVIAMENTE avvolto con la fascetta celeste. Il problema che mi pongo è da quale punto del cerchio cominciare a mappare (lo spazio relativo alla tratta di oggi è simbolico e proporzionato, non mi c’entrerà tutto) ma Giulia risolverà la questione con un frasone a effetto che giustifica l’attaccatura del rituale biglietto atac in corrispondenza della uscita 1 del raccordo: «Avrai più scale temporali e spaziali in contemporanea ma la partenza relativa sarà comunque da Aurelia, l’inizio di tutto». Girare con intreccio colorato di plastica e nastri sotto il braccio mi fa guadagnare un posto a sedere sulla metro e la qualifica di «artista» attribuitami da Piccio.
L’autobus indicato sul post non è quello giusto per arrivare al II ponte di Laurentina, lungo Via Ignazio Silone, e noi che ci siamo incontrati alla metro Laurentina (io, Piccio, Lorenzo, Giulia, Margherita3, Azzurra e Clelia) scendiamo su Via dell’Esercito per fare un tratto a piedi dopo la inevitabile sosta alla gelateria. Attraverso il parcheggio della sede del XII Municipio raggiungiamo il punto d’incontro, dove gli altri già giocano a pallone. Margherita 1: «Siamo tanti oggi!». Accanto al cassonetto della spazzatura Piccio adocchia un invitante cesta di vimini, ma dopo una breve consultazione confessiamo che non ce la sentiamo di tirarcelo dietro fino a sera. Iniziamo a guardare la cartina di oggi e Piccio distribuisce i compiti: «Tiè Margherita, a te lo svincolo. Tuo è il compito di capire come attraversare il Tevere».
Partiamo. Max mi porge un fiore di tulle bianco, probabile residuo del recente mercato. In Via Vasco Pratolini un terribile palazzone attira la nostra attenzione per le sue kitschissime colonne doriche “pendenti”. Domando due volte che struttura sia e le risposte sono: 1) «È il Palazzo Te, siamo a Mantova»; 2) «È un palazzo del cazzo». Molto bene, posso fare a meno di domandare una terza volta. (Da una ricerca su internet scopro che è la sede di “Hewlett-Packard Italiana Srl”, in Via Achille Campanile 85, centro di formazione dell’azienda tecnologica).
Attraversiamo un prato di malva e ne assaliamo il misero susino dai frutti acerbi e, arrivati in Via Covoni, entriamo nei giardinetti comunali. Nei paraggi deve esserci una scuola materna, perché stanno passando tante mamme con le cartelle dei figli a spalla. Matteo e Giulia stanno parlando del quartiere di Tor Bella Monaca e dei suoi palazzi, che Lorenzo inquadra come «dispersi in mezzo al nulla» e Matteo, più poeticamente, «aperti verso la campagna». Attraversati gli aridi giardini siamo di nuovo in Via Ignazio Silone, che costeggiamo camminando su un “interessante e ricco” ciglio della strada: specchietti d’auto, portachiavi, ambre magique, audiocassette, cd, pacchetti di sigarette.. Come traccia lego sulla mappa un cd dal titolo adolescenziale (“Una giornata al mare..! ..∞ + 1..”) ma, accorgendosene, Margherita1 protesta: «Noo, perché l’hai attaccato?! Lo volevo sentire! Diventerà la colonna sonora della tratta, anzi, del video di Giorgio!».
Ci addentriamo tra l’erba alta disturbando due ragazzi che se ne vanno con un sorriso ambiguo e risbuchiamo in un circolo di tennis, dove un gentile signore in tuta sportiva si avvicina per chiedere se può identificarci: «Scusate eh, ma mi hanno detto che hanno visto passare un gruppo “armato”..».
Aldilà della Colombo domina l’insegna gialla del centro, verso il quale ci dirigiamo. Sdraiandosi sull’aiuola spartitraffico davanti al parcheggio Piccio lancia la sfida: «Secondo voi, vale la pena farci un giro? Secondo me sì». Ci mettiamo 10 minuti per fare la foto sotto al portico del parcheggio, ma il bello viene quando vogliamo decidere “come” attraversare il centro commerciale. Lorenzo propone di camminare in stile egiziano con le braccia a angolo retto, in onore all’atmosfera orientale ripresa dalla decorazione interna, ma non ci convince. Raccoglie consensi, invece, l’opzione “gruppo turistico spagnolo”, con tanto di Miguel a capofila con l’ombrellino tenuto in alto. Mi fa tanto ridere questo attraversamento atipico di un luogo che, in effetti, è quotidianamente meta di “turismo”. Miguel è ligio al ruolo e, in spagnolo, ci spiega lo stile “evidentemente” palladiano dell’atrio centrale, ci permette di toccare l’obelisco marmoreo poco più avanti, si sofferma davanti al “reperto” che presenta come l’originale vaso di Pandora, attira la nostra attenzione sulle ammirevoli vetrine alla nostra destra e alla nostra sinistra. Noi lo seguiamo dispensando «oooh» di stupore mentre i clienti ci guardano con l’occhio storto e, mi sembra, rimanendo a debita distanza. Uscendo sulla terrazza-parcheggio ci avviamo verso gli scavi aperti lungo la strada. Camminando sento Matteo che pratica con David il settimanale corso di romanesch, interrogandolo su frasi-chiave del tipo: «Come si dice: “Sei molto bella”?». Passando sotto a un cavalcavia Piccio ci consiglia di «trattenere il respiro e passare», e tra i rifiuti Panajotis trova un carrello giocattolo dell’Auchan che si porterà dietro per la figlia Elettra.
Da Via di Decima, dove al 102 Giulia fotografa la targa del palazzo dell’Ufficio Condono Edilizio, giriamo in Via Pianeta Terra e entriamo nel parcheggio protetto da una cancellata riportante il numero civico 4. Siamo nel complesso del Cinema Stardust (zona Eur Torrino, mi spiega Francesco che lo frequenta). Ci concediamo nuovamente una pausa divisi in vari gruppetti: davanti al chioschetto dei gelati si commenta la serata di inaugurazione della mostra “Campus Rom”, gli spagnoli hanno comprato una confezione da 4,50 € di poc corn (da cui attingo), Clelia si aggiusta il piercing alla lingua e la cosa mi affascina anche se non voglio guardare.
Quando ci rianimiamo attraversiamo i giardini dietro al cinema e siamo in Via dei Decimi, ma all’incrocio con Via Sabatini abbiamo un attimo di smarrimento perché abbiamo perso di vista gli stalker (ci fermiamo a fare una telefonata davanti alla sede dell’Associazione Sportiva Roma 12). Passiamo sotto i portici di Via Lordi e ci perdiamo tra i tanti palazzoni identici in mattoncini rossi. Tanti bambini raccolgono i pinoli nei giardinetti condominiali.
Passando dal sottopassaggio della stazione Tor di Valle attraversiamo Via del Mare per vagare lungo Via dell’Ippodromo, zona che non riesco a mappe perché mi sembra che niente, nella zona deserta, sia rappresentativo: né depliant né tracce di vita, niente di niente. La struttura è fatiscente e sembra abbandonata, ma da una ricerca su internet vedo che, al contrario di quanto si possa pensare, l’”Ippocity Tordivalle” ha un ricco calendario settimanale di corse.
Prima di scavalcare il muro oltre il quale si apre la “selvaggia” campagna gridiamo in direzione del vicino casolare, dal quale sentiamo dei latrati da cui vorremmo tutelarci. Ci viene incontro un disponibile signore rumeno con la faccia impomatata di schiuma da barba, che ci dà il lasciapassare.
Scavalchiamo ma continuiamo a tenere di vista l’ippodromo, del quale ora si sentono gli annunci nonostante in giro non si veda nessuno e la struttura continui a presentare ancora uno stato di abbandono. Saltiamo con agilità la recinzione (Max si esibisce in una «prova olio cuore») e iniziamo a camminare sulla pista ciclabile dove David rischia di essere investito da due ciclisti; la cosa lo lascia, come sempre, con un placido sorriso sulle labbra. Il percorso arancione, recita il cartello, collega Ponte Sublicio con Ponte Mezzo Cammino, e è probabilmente quest’ultimo che attraversiamo. Siamo dall’altra parte del Tevere. Per uscire dalla recinzione dell’acquedotto si presenta davanti a noi un complicato scavalco di cancellata chiusa da un grosso lucchetto e, dopo un brevissimo e momentaneo tentativo di..ecco..sì, “scasso”, ci ingegniamo con pali, reti e un vecchio banco di scuola. La parte più delicata sta nell’aiutare David ma anche il suo placido sorriso riesce a arrivare dall’altra parte. Intanto Francesco e Giulia si sono indaffarati dietro al “caso” di una borsa di paglia trovata tra l’erba. È di una professoressa spagnola di Roma Tre, arrivata a Fiumicino giusto in tarda mattinata e derubata appena messo il piede a terra, o poco dopo. La precisione dei suoi documenti, conservati nelle foderine trasparenti di un portafoto, è ammirevole ma non ci consente di rintracciare utili numeri telefonici. Proviamo a contattare la portineria del dipartimento di linguistica, dove insegna, ma sono le 19 passate e non riescono a aiutarci. Francesco lascia il suo recapito; verrò a sapere che la professoressa lo richiamerà per ringraziarlo, manifestando la sua voglia di incontrarci per premiare il nostro «senso civico».
Adesso siamo vicino alla stazione Magliana, dove ci avviamo per definire la prima “conclusione” della tratta: io, insieme a David, una delle ragazze spagnole e Panajotis, prendiamo il trenino per Piramide mentre il resto del gruppo è deciso a cenare alla trattoria di Corviale.
Leggo sul blog che il prossimo appuntamento di mercoledì 15 giugno partirà proprio da là, quindi la meta della tratta 11 è stata davvero raggiunta. Anzi: conquistata.

FRANCESCA

domenica 14 giugno 2009

Grande Mappa

Ciao!

Di nuovo chiedo a qualcuno il materiale neccesario per finire il mappa che stiamo facendo. Si lo può
portare domani all'apuntamento all Acquario, sarebbe bellisimo. Ci manca, ricordiamo, delle foto o qualunque materiale graffico delle tratte 5 (Centro RAI) e 9 (Prenestina). E anche un po' di aiuto per articolare tutto, poichè non ci siamo andati questi giorno. (Comunque Francesca ci ha lasciato usare un po' il suo rendiconto come "discorsino")

Grazie!

Miguel

venerdì 12 giugno 2009

RIUNIONE 15 GIUGNO

Ci vediamo lunedì alle 10 all'acquario così continuiamo con l'organizzazione del 20-21! :)

giovedì 11 giugno 2009

Via di Boccea

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Prossimo appuntamento - Mercoledì 17 Giugno

Appuntamento mercoledì ore 15.30 al Corviale - al capolinea dell'autobus 786 (la linea parte dalla stazione FS Trastevere).


Tappa conclusiva della carovana “Città Bene Comune”

CORTEO VENERDI’ 12 GIUGNO
ORE 16.30
PARTENZA CRISTOFORO COLOMBO N.287
(P.ZZA ACCANTO ALLA EX FIERA DI ROMA)
http://cittabenecomune.wordpress.com/

mercoledì 10 giugno 2009

Mappatura fisica

Mappatura della giornata, per fasce orarie, su nastri colorati

Nastro rosso
16-17


Biglietto atac: parto dalla stazione metro Furio Camillo per arrivare a Laurentina dove incontro gli altri sull’autobus 702. Scendiamo alla fermata ARDEATINA-Centro del bivio.
Depliant pubblicitario del Conad: l’appuntamento è davanti al Conad Superstore, dove ci fermiamo prima di essere al completo.
Rametto di fiori di plastica: la prima sosta è davanti alla madonnina che si trova all’inizio di Via del Centro del Bivio.
Frammento di mattonella: camminiamo sul sentiero «di bei coccetti» (Laura).
Tromboncino rosso (fiore non attaccato perché rimasto nell’agenda di Paolo): “abbondanza” dei giardini delle ville di Via di Centro del Bivio.
Spiga: attraversiamo campi di spighe e coltivazioni di ulivi.
Rametto di rosmarino: «Siamo passati da una siepe di rosmarino e nessuno se n’è accorto» (Paolo).

Nastro rosa
17-18


Frammento di una pagina d’agenda datata 3 giugno (1999): nella parte ancora non restrutturara del casale di Via del Poggio 240 troviamo una vecchia agenda di appunti.
Frammento tufaceo: attraversiamo una spianata arida, probabile terreno preparatorio per prossime costruzioni.
Rametto fiorito (lo spazio è vuoto perché è rimasto tra le pagine dell’agenda di Paolo): il terreno è costeggiato da alberi di tiglio in fiore.
Rametto di ginepro: in Via di Tor Chiesaccia si susseguono villette dalle siepi ornamentali molto curate.
Fil di ferro: ponte di grate che attraversiamo per trovarci in un grande vivaio.
Nocciolo di ciliegia: causa della discussione con una signora che ci vede scavalcare il cancello della sua proprietà.
Cartina del gelato di Francesco: sosta al “Caffè di Leva” in Via Castel di Leva.

Nastro giallo
18-19


Spighe
: attraversiamo un campo. Ne ho attaccate due perché rendessero l’idea di quella che sembrava una sconfinata distesa dorata.
Finocchietto: continuo odore nell’aria durante l’attraversamento.
Carta da parati: casale abbandonato tra le spighe.
Papavero: camminiamo per Via di Castel di Leva, lungo il ciglio della strada costeggiata da fiori di campo.

Nastro celeste
19-20


Nocciolo di nespolo: ci fermiamo a chiacchierare con Luigi, il guardiano della abbandonata tenuta Torlonia.
Spiga di grano e papavero
: attraversiamo di nuovo una distesa rossa e dorata.
Forasacchi
: sulla sommità di una collina erbosa ci fermiamo a osservare il paesaggio oltre Via Castel di Leva.
Frammenti d’asfalto
: il “campo selvaggio” termina su un paradossale e deserto intreccio di vie asfaltate tra il “vuoto” di terreni di prossima costruzione.


Nastro verde

20-21

Fascetta gialla e pezzo d’asfalto: cantiere aperto tra una rete stradale appena terminata.
Pezzo di faro d’auto e sigaro: camminiamo lungo Via Laurentina.
Calzino di Matteo: bucato e tempestato di forasacchi è un "prodotto" della camminata.

FRANCESCA



Rendiconto narrativo

Tratta 11
3 giugno 2009

È bello quando ci incontriamo strada facendo, prima di raggiungere il punto d’incontro. Salgo sul 702 mentre ha già il motore acceso, e la tratta di oggi sembra iniziare proprio da qui, dal capolinea della stazione Laurentina, dove “noi stalker” arrivati da ogni parte di Roma iniziamo a fare gruppo.
Sull’autobus riconosco Gianni, ragazzo napoletano amico di una amica; sta preparando la tesi in sociologia mettendo in pratica “lo zonzo” in una zona industriale della sua città e, conosciuto il “cammino del G.R.A.”, parteciperà alle tratte e alle uscite. Paolo mi saluta e mi chiede come sto; ogni tanto qualche personaggio in fuga dalla “soffitta di Via Libetta” si unisce alle camminate, e oggi la partecipazione e la disponibilità di questo nuovo architetto mi colpiranno molto.
Continuando la lettura del testo sull’artista sarda Maria Lai, per preparare la “traccia celeste” di oggi, mi sono soffermata su un passaggio che ha suggerito il metodo di mappatura per la camminata: dopo che il paese era stato “legato” dai nastri celesti «tutti coloro che furono coinvolti in questo gioco furono costretti a capire che Ulassai, la sua anima, la sua intima essenza, la sua identità erano rappresentati molto meglio e assai più dai nastri che non dalle case e dalle strade, perché un paese è prima di tutto un gruppo eterogeneo di persone che comunicano attraverso lo spazio». Ho quindi comprato cinque alti nastri di diverso colore, uno per ogni ipotetica ora di camminata (dalle 16 alle 21), e pensando a noi come «un gruppo eterogeneo di persone che comunicano attraverso lo spazio» mapperò sulle fasce di raso che forse, nel loro piccolo, trasmetteranno un po’ della «anima», dell’«intima essenza» e dell’«identità» della camminata. La camminata parte dal Conad Superstore di Via Ardeatina e propongo di iniziare con il verde perché è un colore che “porta bene”, ma commentano che «se iniziamo con il verde speranza è la fine, lasciamolo per ultimo». «Sì, dai, rosso sangue. Partiamo battaglieri!». Detto fatto: zic, zic, inizio a spillare sul nastro scarlatto.
Piccio chiede se qualcuno ha dato un occhio alla mappa di oggi, e noi facciamo un po’ i vaghi. «È la prima volta che vengo senza sapere da dove veniamo e dove andiamo». Ci riuniamo intorno alla cartina di Margherita mentre aspettiamo Lorenzo e Giulia, che abbiamo visto perdere l’autobus a Laurentina. Intanto si sono formati diversi gruppetti di socializzazione e non mancano le conversazioni eterogenee; Luca, il ragazzo di Laura, ci parla dell’ultimo libro di Enrico Brizzi (scritto a quattro mani con Marcello Fini) sul loro viaggio a piedi da Roma a Gerusalemme, edito per la «nuova collana di Ediciclo dedicata alla letteratura di viaggio a piedi». Il testo è La via di Gerusalemme. In cammino da Roma alla città tre volte santa (Portogruaro, Ediciclo, 2009) e ho vagato piacevolmente sul blog della casa editrice - dal quale cito - che si presenta come uno spazio virtuale per «tutti quelli che guardano il mondo da un altro punto di vista rallentando i ritmi per soffermarsi, osservare, respirare l’aria seguendo le frequenze della natura. Il motto è: “non si va mai abbastanza piano”» (vd. http://www.ediciclo.it/blog/?p=370). Mi piace che questi incontri settimanali siano fertili e arricchenti sotto vari punti di vista.. Mentre ci chiediamo se Elio Germano abiti ancora a Corviale, e ne ripercorriamo la carriera dalla pubblicità del Duplo al recente boom, Giacomo, come sempre, ci richiama all’ordine: «E dai Piccio, partiamo? Parliamone camminando!».
E allora eccoci in fila sulla Via Ardeatina, pronti a fermarci 10 metri più avanti in Via del Centro del Bivio, di fronte a una madonnina in una nicchia fiorita. Poco più avanti un cartello avverte che questa è una «zona di sorveglianza per malattia vescicolare dei suini. Ordinanza Ministeriale del 12 aprile 2008». Panagiotis lascia il nostro logo compiendo quello che mi sembra decisamente un atto vandalico (ora non usa più gli stencil ma spruzza direttamente con le bombolette). Attraversiamo il grande parcheggio di “Titocci noleggi” mentre Peter Lang mi racconta di come si occupi di «diffondere la dottrina-Stalker» e della sua collaborazione con lo storico gruppo fiorentino Superstudio. Adesso la strada è stranamente chiusa da un grosso cancello marrone e Margherita suona ai campanelli del civico 65 (tutti col cognome “Patrizi”) spiegando chi siamo e chiedendo di farci passare. Paolo si è fermato a parlare con un signore davanti a una villetta e mi chiede di segnare che la legna è venduta a 15 euro al quintale. Vaghiamo disordinati tra gli olivi, il terreno è in salita; Peter chiede se quella che vediamo sulla collina alle nostre spalle sia Tivoli ma Piccio pensa si tratti di Frascati. Camminiamo su un sentiero «di bei coccetti» (Laura) che ci porta a un deposito di cassonetti verdi della spazzatura. Deviamo e riprendiamo la strada asfaltata (è sempre Via del Centro del Bivio, l’ho chiesto a una signora che spingeva un passeggino). «Vedi com’è ben curata la zona, questo è proprio un borghetto». Siamo in una strada tranquillissima, silenziosa, dove si susseguono belle ville dai giardini fioriti “straripanti” dai cancelli. Stacco un fiore per fissarlo sul nastro rosso ma, messo nell’agenda di Paolo per schiacciarlo (come i fiori di tiglio che staccherò poco più avanti), a fine serata mi scorderò di riprenderlo. Una signora ci avverte che la strada è senza sfondo e, per non inoltrarmi in una spiegazione sul nostro “spirito di scavalcamento”, mi limito a sorridere, ringraziare e rimanere sul vago: «Grazie, magari non è un problema». Giriamo infatti sulla destra e avanziamo di nuovo per campi. Panagiotis inizia a camminare con una lunga spiga infilata nel cappello e passiamo le sbarra del civico 240 di Via del Poggio (la scritta fatta a mano, sulla cassetta della posta, è molto sbiadita e mi avvicino per decifrarla). Spillo il rametto aromatico che Paolo mi porge («Siamo passati da una siepe di rosmarino e nessuno se n’è accorto») ma Francesco mi avverte che sono le 17:01 e che il nastro rosso «è scaduto»; Piccio e Giacomo consigliano di «proseguire per gradazione» e quello della fascia oraria 17-18 è, di conseguenza, rosa.
Si avvicinano due degli indiani che lavorano alla casetta rossa e, facendo gran uso dell’arte chironomica, cerchiamo di spiegare che non importa se la strada finisce poco più avanti e che chiediamo solo il permesso attraversare i loro campi. Dubito che, soprattutto il signore col turbante, abbia interpretato i gesti e le frasi minime di Piccio, ma ci sorridono e ci fanno segno d’andare. Paolo mi chiede se ho trovato qualcosa che «testimoni il posto» e, al mio dissenso, afferma che andrà «a razzolare un po’ in giro a cercare»; a questo punto lo nomino ufficialmente co-mappatore della giornata. Cerchiamo su una vecchia agenda del 1999, trovata su una mensola polverosa in una stanza abbandonata del casale, la pagina con la data di oggi e la attacco con la spillatrice.
Sul muro è attaccato un grosso quadrato di compensato dipinto di verde. Piccio: «Questa è arte moderna».
Attraversiamo una distesa arida, tufacea, che chiedo a Arianna di definire: «Terreno spianato in preparazione per una nuova costruzione. Questi sono “passaggi”, no? Si vede proprio l’impronta dell’uomo che distrugge e ricrea tutto. Là: prato, spighe, fiori..poi spianata arida».La zona è costeggiata da alti alberi fioriti. «Questo è il periodo della maggiore fioritura del tiglio, e noi ce lo mettiamo, no? Così ci ricordiamo l’odore» (Paolo). Il mio collaboratore stacca un rametto bianco che metterà tra le pagine dell’agenda mentre spiega a me a Arianna che il tiglio fa parte delle storiche alberature urbane della capitale.
Passando da un buco della rete ci troviamo in Via Tor Chiesaccia (ho chiesto a due bambini che giocavano a pallone nel giardino), strada asfaltata in salita con belle case dalle siepi curate. È qui che stacco un rametto di ginepro dalla decorazione vegetale a mo’ di ponte di una villetta. Questa volta la via è realmente senza sfondo e pure noi siamo costretti a arrenderci. Torniamo indietro e proseguiamo su un altro tratto di Via Tor Chiesaccia (civici oltre il 50); ora le ville sono ancora più grandi.
Luca, arrotolando un nastro di plastica, «cerca di rendere meno pericoloso» il “cappello” di fil di ferro che ha trovato in terra e messo in testa a Laura. Attraverso un fosso a passo svelto e senza guardare in basso, camminando su un ponte fatto da grate legate a pali di legno. Odio le inferriate con l’acqua sotto, mi fanno venire i brividi alle braccia. Ora siamo in un vivaio con grandi capannoni in plastica numerati e dopo averlo attraversato ci prepariamola scavalcare il cancello che lo separa dalla strada (che scoprirò essere sempre Via di Tor Chiesaccia). Intanto ci sembra una cosa “innocente e naturale” allungare le mani verso le ciliegie rosse che ci tentano dai due grossi alberi lungo la recinzione, ma la signora che scende dalla macchina mentre ci vede scavalcare la sua proprietà non sembra essere d’accordo. Cerchiamo di spiegare che siamo casualmente rimasti chiusi nella proprietà..
Lorenzo: «Non siamo venuti a rubare ciliegie, stiamo facendo il giro del raccordo a piedi».
Signora: «E allora siete ancora più esauriti!».
In Via Castel di Leva ci fermiamo per una pausa gelato e Paolo mi consiglia di segnarmi i nomi dei negozi che vediamo dalla nostra posizione: “Caffè di Leva”, gioielleria “Oro et laboro” (inventiva degna di stima), estetista “Corona” («Chissà se è lo stesso del fotografo?»). Francesco svolge il suo compito di timer e mi avvisa dell’ora: 18:04, change di nastro. Intanto tagliamo sulla sinistra e ci addentriamo tra l’erba altra: bello iniziare il nastro giallo con una spiga dorata! Paolo osserva quello rosa che sto avvolgendo e commenta che «le tracce di parte agreste predominano».
Avanziamo in fila tra le altissime spighe che ci sommergono. Sento un forte odore di finocchietto selvatico ma non riesco a vedere da dove venga: ovunque, davvero, solo grano e cielo. Piccio si volta e guarda le testoline che sbucano tra le spighe: «Che belli che siamo».
Troviamo un casale abbandonato e il gruppo vi entra. Li vedo, attraverso la porta, muoversi cauti nella stanza scura dove si siederanno mentre alcuni si concedono una sigaretta. Sono a telefono e sto raccontando del percorso fatto fin lì mentre raccolgo rametti di menta che, a casa, metterò a seccare. Mi dicono che Panajotis abbia immortalato su una parete la perla di saggezza regalataci da Giorgio durante l’ultima camminata, uscita che non ho rendicontato causa perdita del blocchetto degli appunti (porca miseria). Mentre avanzavamo a fatica tra una distesa di spighe alle spalle di Via Appia Antica Panajotis, che camminava davanti al nostro fedele cameraman, gli ha chiese se avrebbe preferito passare avanti per fare una ripresa «senza niente», ovvero senza inquadrare continuamente il suo testone di riccioli. «Senza niente non esiste», rispose Giorgio profondamente, e dopo che io e Luca scoppiammo a ridere per il tono convinto della sentenza quello è diventata lo slogan della camminata.
Appena riemergiamo dal campo su Via di Castel di Leva Gianni mi porge un pezzo di carta da parati dal delicato motivo floreale, che ha staccato nel casale abbandonato. Adesso camminiamo sul bordo della strada finché non prendiamo il vicoletto che ci porta nell’aia di una grande tenuta in stato d’abbandono. Davanti alla porta, dietro a un grosso nespolo, è seduto Luigi, il guardiano. Arianna prende gli appunti al posto mio: siamo in uno dei poderi della famiglia Torlonia, proprietari che, racconta lo spigliato signore, ha visto due volte in 35 anni. I 120 ettari sono ancora proprietà del principe adesso residente in Via della Conciliazione, ma è da più di vent’anni che la zona è in stato d’abbandono. Luigi è arrivato a Roma nel 1962, da Amandola, nelle Marche, per lavorare a mezzadria parte dei 400 ettari che i nobili avevano sull’Appia Antica, ma «oramai di pecorai so rimasto solo io!».
Luigi: «Voi fate er giro del raccordo, no?, ma quando vien notte che fate?».
Matteo: «Dormiamo qui!».
Il guardiano ride. Ci porta una bottiglia d’acqua fresca e ci invita a magiare le nespole, ai cui rami attacco il “nastro celeste” della giornata mentre Matteo e Giacomo immaginano che grandi feste sarebbero da fare nel casale.
Intanto Francesco mi ricorda lo scatto dell’ora e inauguro il nuovo nastro, stavolta celeste. Camminando racconta a me e Arianna del workshop “Wood in construction and architecture” che frequenterà a Helsinki dal 2 agosto. Siamo di nuovo tra i campi, tra il più classico e affascinante accoppiamento bucolico: spighe e papaveri. Incrociamo diversi casali abbandonati (ne conterò cinque) prima di fermarci su una collina verde: oltre gli alti forasacchi si perdono i campi coltivati e, davanti a noi, si stagliano le ultime palazzine di Via Castel di Leva. Il tramonto impasta il paesaggio e ci viene naturale osservare in silenzio, quasi per non disturbare, mentre scattiamo fotografie che magari rivedremo a casa, sullo schermo del computer, senza che riescano a trasmetterci di nuovo la bellezza e la pace del momento.
Proseguiamo camminando sul crinale di una cava di tufo quando, improvvisamente, dalla collina appare un assurdo groviglio di strade e di rotatorie di recente costruzione. Con tanto di cartelli indicanti i nomi delle vie (Via Enrico Bompiani, Via Alfredo Capelli..) delimitano aree di prossima costruzione e la solitudine della distesa grigia mi fa pensare a un onirico paesaggio di De Chirico. Intanto si sono fatte le 20 e Laura avverte che «è il momento della sparanza»: tiro fuori il nastro verde, l’ultimo della giornata, e lo inizio con una fascetta in plastica gialla servita per il trasporto di materiale edile. Mentre camminiamo mi segno i nomi delle vie che, controllerò a casa con una ricerca su internet, sono dedicate a matematici e fisici italiani: Via Paolo Ruffini, Via Bruno Rossi, Via Tullio Viola, Via Ugo Monaco.. I pastori maremmani che da lontano sembravano tranquilli ci stanno a poco a poco venendo incontro abbaiando, e un signore su una Mercedes verde modello 200E, dopo averci rimproverato l’incoscienza di vagare in quella zona, ci scorta attraverso il quartiere in costruzione (ecco là il gregge di pecore: i cani stanno solo facendo il loro dovere). Camminando in gruppo dietro la macchina sembriamo un corteo funebre, e con Laura e Luca chiudo la fila.
Laura, guardando il paesaggio: «Certo che questa zona è un tripudio di sperimentazione architettonica»
Luca: «Oh, ma un ce n’è uno uguale di palazzi».
Intanto Luca ci fa notare che stimo giocando a “un-due-tre-stella” con uno dei cagnoni dal pelo sporco, che ci segue e si ferma ogni volta che ci voltiamo.
Usciti dal “vuoto urbano” ci troviamo in Via Pia Nalli, dove ci fermiamo per fare il punto della situazione. Ormai sono quasi le 21, Giorgio non è attrezzato per le riprese in notturna ma gran parte del gruppo non sembra troppo dispiaciuto di concludere qui la tratta. L’entusiasmo di Matteo nel proporre di proseguire verso Laurentina 38 non ha effetto su di me che già mi guardo intorno per cercare una fermata dell’autobus, ma a quel mi chiama la mamma sul cellulare. Mi allontano per rispondere, mi distraggo, vedo che il gruppo si divide, seguo Giacomo, il mio “vicino di casa”, fiduciosa che anche lui stia tornando verso la Via Appia. Per farla breve: illusa di marciare verso casa scopro di essermi aggregata al gruppo sbagliato quando mi ritrovo sulla Via Laurentina, altezza supermercato Elite. A questo punto..andiamo a vedere i benedetti ponti di Laurentina 38! (Sinceramente faccio un po’ di resistenza ma poi cedo..). Da Via Linati ci addentriamo nel quartiere, e una mia osservazione sui nuovi e slanciati palazzoni bianchi fa sentire Arianna in dovere di spiegarmi che la dicitura “38” non indica l’anno di costruzione degli edifici ma i piani regolatori di zona (a quel punto, ripensando “al Groviera” mussoliniano, evito di confessare la convinzione che Eur 70 fosse un giovane quartiere alle soglie dei quaranta anni..). A questo punto mi faccio raccontare dei ponti di Laurentina, progetti falliti di un’idea di collegamento e socializzazione tra i grandi palazzoni paralleli che il signore cui chiediamo informazioni presenta come «una zona in cui non stare di sera». Però la pizzeria sul secondo ponte è buona davvero e, avviandoci verso la metro Laurentina io, Luca, Giacomo e Michele lasciamo Arianna, Margherita e Matteo seduti al tavolino di plastica. Prima però termino il nastro verde spillandoci un pezzo del calzino di Matteo: bucato sul calcagno e costellato di forasacchi anche lui racconta la camminata di oggi.

FRANCESCA
Giulia ha parlato di questi artisti di Madrid, Colectivo El Perro, nella cena in Corviale. Metto il link del suo sito, é molto interesante, sopratutto i primi progetti dovè trattano della demolizione di uno dei campi più grande di Europa, La Cañada Real.


http://www.democracia.com.es/



Miguel

Immagine del GRA

Ciao!

Con tutti i montaggi che stiamo facendo, ci piacerebbe mettergli insieme, per fare così una sorta di grande immagine circolare del Grande Raccordo Anulare e del nostro caminare. Comunque ci mancano qualche giorni in cui non ci siamo andati. Se qualcuno vorrebbe aiutarci con foto presse questi giorni potremo riuscire a fare questo.

Poichè già abbiamo fatto le imaggine per le tratte 2, 4, 6, 7, 8, 10, 11 e 12 (in proccesso), le tratte che ci mancano sono:
-Tratta 1 (Stazione Aurelia)
-Tratta 3 (San Filippo Neri)
-Tratta 5 (Centro RAI)
-Tratta 9 (Prenestina)

Grazie per l'attezione!

Miguel, Rocío, Angela.
appuntamento
Ci vediamo giovedì 11-06-09 dalle ore 10 alla Casa dell'Architettura, Piazza Manfredo Fanti, 47
Per capire come raccontare la città percorsa condividere suggestioni, informazioni , materiale raccolto dei territori attraversati ed organizzare insieme le giornate conclusive di questa Primavera Romana.

martedì 9 giugno 2009

Mappatura fisica

Uscita 6
23 maggio 2009

LEGENDA: Lettura su tre file da sinistra a destra, dall’alto verso il basso.

1. CINECITTÀ STUDIOS: punto di incontro.

Biglietti atac: tratta da Furio Camillo a Cinecittà. I biglietti sono due perché oggi Francesco è il co-mappatore ufficiale.

Fili di erba secca: vaghiamo per il parco di Villa Settebassi.

Frammento di mattone: reperto archeologico della villa.

Ciottolo: sasso del vialetto alberato che dalla casa di Duilio D’Ascanio, custode della tenuta Torlonia, ci riporta sulla Tuscolana.

Frammento di parabrezza: costeggiamo Via Tuscolana.

Cappio d’erba: Francesco mi fa vedere come, da piccolo, catturava le lucertole.

Biglietto atac: attraversiamo la stazione degli autobus di Anagnina.

Annuncio in rumeno: quella è una zona molto fraquentata da immigrati.

Etichetta di birra: ci fermiamo alla “sede” dell’Associazione Romania, dove ci offrono gentilmente (e abbondantemente) da bere.

Malva e forasacchi: attraversiamo un prato fiorito.

Grosso residuo di “soffione”: camminiamo su Via Comandino, dove il ciglio della strada è molto “selvaggio”.


2. SCACCO MATTO - PROSHOP: pausa rifornimento pranzo.


Nocciolo di oliva: pausa in Via Gambarucci aspettando il gruppo rimasto indietro.

Fiori di gelsomino: graziose villette di Via Petrucelli.

Vite e scotch nero: sosta alle Officine Marconi.


3. DECATHLON: andiamo a trovare Aldo Odorovich, il responsabile del campo nomadi nel parcheggio del negozio.

Spiga: tratto “selvaggio” tra le Officine Marconi e la zona commerciale.

Depliant pubblicitario: passiamo dal parcheggio sotterraneo del Carrefour.

Chicco di farro: pausa pranzo al campo nomadi sotto la veranda del camper di Aldo Odorovich.

Carta di Fruittella: Margherita dispensa caramelle.

Cucchiaino di plastica e stellina brillante: mentre aspettiamo l’autobus Arianna e Laura condividono la vaschetta di gelato appena comprato.

Biglietti atac: mentre il gruppo prosegue, io e Francesco prendiamo la metro a Anagnina.


FRANCESCA








Prossimo appuntamento - martedì 9 giugno

Appuntamento di oggi (martedì 9 giugno) alle ore 15.30 in via Ignazio Silone sotto il secondo ponte, fermata autobus 761 da stazione Laurentina (Capolinea metro B).

Per chi non conoscesse la zona ci vediamo alle 15 alla metro Laurentina e da lì partiamo insieme!

Mappatura fisica

1. Tav. 48: partenza da Via Prenestina 913.

Legenda
Carta del gelato: rituale sosta pre partenza.
Papavero e fili d’erba: ci addentriamo tra le spighe e i fiori.
Frammento di lamiera arrugginita: Andrea vorrebbe portar via una vecchia roulotte abbandonata tra l’erba.
Residui polverosi di malta: si presentano davanti a noi i sorprendenti resti dell’acquedotto romano della Tenuta della Mistica.
Terra: camminiamo su un terreno da poco arato, con le zolle sconnesse seccate dal sole.
Cartina di Morositas: Laura tira fuori delle caramelle che non mangiavo da una vita.
Erba secca: pausa sotto un albero. È troppo caldo per continuare.


2. Tav. 50: da Via dei Ruderi di Casa Calda a Via Casilina.


Legenda
Gomma da masticare e palloncino arancione: pausa all’ombra del muretto lungo Piazzale delle Paradisee, dove giocano dei bambini.
Fleyer dell’evento del 6 giugno: “conoscenza” di Torre Maura Occupata.
Bigliettino pubblicitario della pizzeria “Golfo di Napoli”: percorriamo Via Giglioli.
Nocciolo di nespola: scorta di frutta dal nespolo lungo Via Giglioli.
Frammento di specchio: attraversiamo le case popolari di Torre Maura.
Residuo plastico: scavi per la linea C lungo Via Casilina.


3. Tav. 61: da Via Casilina alla metro Cinecittà.

Legenda
Sasso della massicciata della ferrovia: attraversiamo i binari del trenino della linea Roma-Giardinetti.
Figurina del cartone Disney Madagascar 2: percorriamo Via Barbetta.
Nocciolina: entriamo nel negozio “Arredo Bagno”, su Via Lippo Magli, chiedendo di poter accedere al tette per vedere il raccordo dall’alto. Sul bancone c’è una ciotolina di noccioline.
Fili dei pantaloni di lino di Laura e spiga: all’altezza del centro commerciale La Romanina attraversiamo una zona di verde recintata, e scavalcando la rete Laura riduce ulteriormente a brandelli i suoi pantaloni.
Etichetta di pacchetto di sigarette: baracche di legna e plastica, abitate, tra
Pinolo: giardinetti condominiali di Viale Ciamarra.
Foglio di preghiera: visita alla parrocchia di San Giuseppe Moscati, in Via Leopardi 34.
Carta del gioco “Uno”: cortile della parrocchia con bambini che giocano.
Etichetta di lattina, briciolo di pizza, tappo di birra: sosta al forno di Via Ciamarra 49.

FRANCESCA

lunedì 8 giugno 2009

domenica 7 giugno 2009

prossimo appuntamento

Martedì 9 giugno ore 15.30

TRATTA 12

appuntamento via Ignazio Silone sotto il secondo ponte, fermata autobus 761 da stazione Laurentina (metro B)

mercoledì 3 giugno 2009

Nastro celeste

3 giugno 2009
Casale abbandonato della famiglia Torlonia, Via di Castel di Leva

Accade spesso che gli artisti, con la loro sensibilità e creatività, riescano a cogliere con largo anticipo temi poi destinati a diventare oggetto di un dibattito culturale e politico di ampio respiro.
È stato così anche in Sardegna dove la performance di una grande artista ogliastrana, Maria Lai, ha posto più di vent’anni fa, il tema, oggi fondamentale, del rapporto tra spazio fisico, luogo e comunità.
La scena di questo memorabile intervento era il suo paese natale, Ulassai, scosso da rivalità e tensioni interne che ne facevano un aggregato di edifici ma non un insieme sociale coeso. Maria collegò con dei nastri colorati ogni casa all’altra in un vivace e finto gioco di costruzione di legami e interazioni grazie al quale si ebbe l’immagine, visualizzata in modo indelebile, di uno spazio delle relazioni tra le diverse abitazioni. Tutti coloro che furono coinvolti in questo gioco furono costretti a capire che Ulassai, la sua anima, la sua intima essenza, la sua identità erano rappresentati molto meglio e assai più dai nastri che non dalle case e dalle strade, perché un paese è prima di tutto un gruppo eterogeneo di persone che comunicano attraverso lo spazio.

Silvano Tagliagambe, in Legarsi alla montagna, in A. GRILLETTI MAGLIAVACCA, Ulassai. Da ‘Legarsi alla montagna’ alla ‘Stazione dell’arte’, Cagliari, Arte Duchamp, 2006, pp. 37-43: pp. 37-38.

Rendiconto narrativo

USCITA 6
23 maggio 2009
da Cinecittà a Anagnina, dove abbandoniamo mentre "l'attraversamento" continua..

Guardando la prima e l’ultima delle foto che ho scattato durante la giornata mi viene da ridere: io e Francesco in metro, la mattina, con la faccia cerea addormentata; io e Francesco seduti su un marciapiede sotto alla fermata dell’autobus, nel pomeriggio, con il volto arrossato e stanco.
In maniera più o meno volontaria oggi partecipa all’uscita anche “il fidanzato”, cosa che mi fa estremamente piacere perché mi permette di renderlo presente in un’attività solo parzialmente traducibile attraverso la descrizione e il rendiconto.
Punto d’incontro è la metro Cinecittà, davanti agli studios, e quando arriviamo Giulia sta già presentando ai presenti il programma della giornata. Non siamo molti (23, conterà Lorenzo) ma il bello dell’uscita del sabato è che al gruppo dei fidelizzati si unisce sempre qualche presenza nuova. Faccio subito in tempo a spillare i biglietti della metro sulla mappa, cosa che Michele disapproverà perché - sostiene - «presenza monotona e ripetitiva» di ogni mio assemblaggio. Ci rifletto un po’; ritengo che il personale spostamento, “il viaggio prima del viaggio”, sia un elemento mappabile perché già parte integrante del percorso che inizierà proprio dal luogo in cui questo finisce (ovvero il luogo di ritrovo). Ho notato che quando prendo i mezzi per raggiungere il punto d’incontro della tratta o dell’uscita, magari in zone piuttosto distanti, percepisco il tragitto in un’ottica diversa rispetto a quando quotidianamente mi muovo nella città. Durante un incontro in facoltà con Ascanio Celestini l’attore ha parlato della concezione di “spostamento” nella metropoli, dove per il cittadino è fondamentale il punto di partenza, quello di arrivo e la durata del tragitto. Le coordinate di tempo e spazio sono assorbite dal ritmo quotidiano e l’uomo non sa più «attraversare i luoghi», cosa che - anzi - diviene un ostacolo nello spostamento dal posto in cui mi trovo a quello da raggiungere. «Quello che sta in mezzo al mio punto di partenza e quello di arrivo non è spazio, è tempo. È per questo che non riesco più a raccontare la mia città». È nella “ottica Stalker” che sui mezzi con i quali raggiungerò l’appuntamento preferisco non alienarmi leggendo o distraendomi come mio solito, ma penso al percorso della giornata, a come mapperò, guardo fuori dal finestrino e riconosco con piacere percorsi già fatti.. Se il tragitto da Furio Camillo a Cinecittà fosse stato valutato solo come un “viaggio di 15 minuti e 9 fermate metro” sarebbe stata insignificante la presenza di due biglietti atac sulla mia mappa del giorno, ma rivedo la situazione e so che non è stato per niente così. Era la prima volta che io e Francesco prendevamo insieme la metropolitana romana, lui mi ha fatto un sacco di domande sulla giornata che ci aspettava, mi ha chiesto chi ci sarebbe stato e coda avremmo visto, mi ha aiutato a rifinire il “nastro celeste”, ci scoperti un po’ emozionati per questa “partecipazione di coppia” a una mia attività universitaria un po’ atipica.. Insomma, io il “viaggio prima del viaggio” l’ho vissuto e dunque i biglietti atac hanno dignità di presenza!
Il colpo di genio di oggi sarà il mappare sui due volumi delle Pagine Bianche di Roma. È stato Francesco a suggerirmi di ricercare sull’elenco telefonico i punti di sosta e i nomi delle persone che via via incontreremo, in modo da dare al percorso dei punti fissi attorno ai quali comporre la mappa. La cosa mi ha subito entusiasmato: bene, siamo in due, porteremo un volume ciascuno. Cerco sull’elenco “Cinecittà” e dopo averlo cerchiato di rosso comincio a mappare su quella pagina.
Entrando da un passaggio nella rete ci avventuriamo nel parco di Villa Settebassi che la guida di Roma del Touring Club descrive come una «tra le maggiori del suburbio, articolata in tre nuclei e servita da un acquedotto di cui rimangono vari tronconi». Un estratto dal libro Roma archeologica (Roberto Egidi, Roma, ADN Kronos libri, 2005) ne spiega il nome attuale, toponimo «già documentato nell’alto Medioevo e che sembra possa derivare da Settimio Basso, prefetto dell’epoca di Settimio Severo, probabile possessore della grande villa». Passate le solitarie rovine dietro le quali contrastano i palazzoni della città incontriamo Duilio D’Ascanio, vecchio custode della tenuta Torlonia, che ci accoglie sotto il suo pergolato insieme al fratello minore e alla cognata. «È 82 anni che sono qui, dal 1927». Sono originari di Avezzano, comune principale dell’altopiano del Fucino, area dell’Abruzzo che comprende 37 comuni della provincia dell’Aquila. L’opera di bonifica promossa da Alessandro Torlonia nel 1854 gli fece conferire il titolo di Principe del Fucino, e per l’occasione molti contadini della zona vennero chiamati a lavorare a mezzadria i grandi possedimenti romani della famiglia. Duilio ci spiega l’attività di raccolta e allevamento che veniva condotta nei 45 ettari di terreno assegnato, compresa la vecchia casa colonica da loro resa abitabile e oggi in loro concessione finché sono in vita. «Poi so’ arrivati i Beni Culturali e c’hanno levato tutto. E meno male che c’abbiamo l’abitazione». Il terreno e la proprietà sono stati venduti dall’agenzia immobiliare, divenutane proprietaria, nel 1985, anni in cui i Beni Culturali iniziarono a promuovere una vasta campagna per la realizzazione del Parco Regionale dell’Appia Antica, istituito tre anni più tardi. «E c’hanno levato tutto, l’uso della terra, non ci hanno riconosciuta la mezzadria. Ma guarda che siamo antichi anche noi!». Duilio e il fratello ripensano a quando, da ragazzi, andavano al cinema al Quadraro e alle feste in cui «si ballava alla paesana, col fazzoletto in mezzo»; la porta di casa era sempre aperta nonostante il via vai di chi andava e veniva dai campi. Gli chiedono se negli anni ’50 ci fosse un rapporto tra gli abitanti del quartiere e Cinecittà. «E come no! Facevamo le comparse con i carri, con i buoi, con le galline.. Una volta mi hanno vestito anche da Garibaldi», però non sa dirci il titolo del film. I ricordi passano da quelli della giovinezza in campagna ai cinque anni di prigionia in Africa, dopo la sconfitta inglese a El Amein: i 1800 chilometri di ritirata a piedi, i campi di concentramento a Alessandria d’Egitto, il caldo.. Mentre anche noi “ci ritiriamo”, attraversando il viale di cipressi che da Via Tuscolana conduce alla tenuta, Francesco riflette sulla disponibilità delle persone a raccontare la propria vita a estranei, quando invece il dialogo con coloro che hanno quotidianamente vicino è spasso quasi nullo.
Non mi ricordo né cosa insegnasse né a quale università, ma mentre camminiamo “il professore” spigliato che per la prima volta oggi si è unito alle nostre camminate ci spiega che la mezzadria, tipo di contratto agrario di residuo medievale, in Italia è stata abolita negli anni ’60. Francesco, di origine calabrese, porta a esempio la grande influenza sociale che ha avuto nel meridione, lasciando una scia di rapporti gerarchici che hanno faticato a estinguersi. Inoltre la breve durata del contratto (solitamente annuale) non motivava gli investimenti dei contadini sui propri terreni, non avendo la garanzia di veder confermata la loro situazione.
Proseguiamo sulla Tuscolana. Staccando un lungo filo d’erba dal ciglio della strada Francesco mi fa vedere come da bambino catturava le lucertole, intrappolandole con un cappio e portandole in giro come se fossero al guinzaglio. Ride: «So’ cresciuto “selvaggio”».
Arriviamo a Anagnina e attraversiamo la stazione degli autobus. Ora Francesco mi fa notare che la maggior parte degli annunci attaccati a muri o ai pilastri delle tettoie sono scritti in romeno, proprio perché quella è una zona altamente abitata da immigrati. Me lo confermano i membri dell’Associazione Romania che incontriamo alla fine del piazzale, sotto la tettoia di quello che sembra essere il loro “quartiere generale” dal quale tirano fuori una decina di birre che ci dividiamo. Margherita riflette: «La mia colazione di oggi è un cornetto e una birra». Daniel, il più loquace tra i nostri ospiti, è poco chiaro nel spiegare di cosa si occupino oltre alla gestione di trasporti di prodotti alimentari tra le loro città e la capitale, e ci invita alla festa del giorno dopo dove «ci sarà qualcosa da vedere». Intanto Costantino ci mostra il suo “date generale”, la carta d’identità, sulla quale sono annotati tutti i lavori che ha svolto negli anni: il carabiniere, il parrucchiere, il donatore di sangue. Proprio oggi che scrivo (28 maggio 2005) leggo su www.roma.repubblica.it un articolo di Elena Stancanelli, scrittrice che indaga la città fuori le mura. Mi colpiscono alcune righe scritte dopo una giornata al quartiere che si trova «in fondo alla linea rossa»: «I rumeni ci impongono uno sforzo di comprensione maggiore di altri stranieri, sono meno facili da accogliere. Perchè hanno fama di bere e usare il coltello, ma soprattutto per quanto ci somigliano. La lingua, l’aspetto, persino il modo di vestire: i rumeni siamo noi qualche decina di anni fa. E nessuno ama ricordare la miseria del proprio nonno».
Attraversiamo un campo di forasacchi e malva e raggiungiamo - o meglio - ci ritroviamo, in Via Comandini. All’incrocio con Via Emilio Brusa passiamo sotto a un cavalcavia e ci fermiamo al supermercato “Scacco Matto”. La sosta è piuttosto lunga e mi offre l’occasione giusta per inaugurare una nuova “base” della mappa: trovo sull’elenco il nome del negozio e, anche se l’indirizzo è sbagliato perché si sono da poco trasferiti, mi sembra ugualmente indicativo.
Quando il gruppo si ricompone giriamo in Via Simonelli, ma realizzato che in realtà alcuni dovevano essere ancora a comprarsi il pranzo li aspettiamo davanti al civico 115, dove una signora di colore pulisce a suon di musica la veranda del negozio di prodotti africani. La signora sorridente con i riccioli neri, che spesso è con noi nelle uscite del sabato, offre a tutti un sacchetto di olive nere cotte al forno.
In Via Marco Gambarucci ci fermiano davanti alla veranda di una famiglia rom, ma stanno mangiando e non ci tratteniamo molto. Poco più avanti ci avventiamo su un piccolo nespolo dai frutti maturi, cosa che mi lascia con le mani lucide e estremamente collose. Francesco e il professore che poco prima ci illustrava la mezzadria ora parlano di contratti a progetto, e di come anche l’incertezza di questa tipologia di impiego poco motivi il lavoratore a investirvi energie.
Passata una serie di villette di recente costruzione, graziose nei loro mattoncini rossi, arriviamo in Via Petrucelli; alla fontana beviamo, ci rinfreschiamo e posso lavarmi le mani.
Dal grande edificio con le finestre colorate che ora ci troviamo davanti esce una maestosa musica e, curiosi, saliamo le scale che ci portano al primo piano. Pensavamo fosse una scuola e rimaniamo stupidi al vedere una grande sala allestita per ospitare l’eterogenea orchestra che sta suonando. Alle loro spalle un grande schermo bianco, sul quale si susseguono immagini astratte. Siamo alle Officine Marconi e loro sono l’Orchestra di Piazza Vittorio, ci spiega un ragazzo dal carnato scuro che ha notato la nostra presenza spaesata. Stanno eseguendo le prove di un adattamento del “Flauto magico” di Mozart, spettacolo prodotto da Roma Europa che debutterà a Lione il 5 giugno e che sarà a settembre all’Olimpico. Aspettando che il gruppo si raduni di nuovo ci sediamo all’ombra, e Giulia ci spiega che i campi che vediamo dietro a noi saranno uno dei poli di espansione delle nuove centralità di Roma. Ormai è caldo, sono le 14, ho fame. Propongo la pausa pranzo ma non viene accolta; dobbiamo prima raggiungere Decatlon, nel cui parcheggio sono accampati i rom calderascha sgomberati da Testaccio nel 2007. Già ne vediamo l’insegna in lontananza, e per raggiungerlo passiamo compatti da quella zona fangosa prima della quale un contadino ci grida un incoraggiante: «Attenti ai varani!».
Scavalchiamo una cancellata e ci interriamo nel parcheggio del Carefour, sulle cui rampe Michele e Giacomo si sfidano in una gara di carrelli spingendo “le Margherite” che vi sono balzate dentro.
Attraversiamo il campo nomadi per raggiungere l’ultimo camper dove incontriamo Aldo Odorovich, il responsabile, e ci ammassiamo tutti sotto la sua veranda. Mi guardo intorno: sembra che ogni famiglia abbia un camper, bianco, nuovo, pulito, alla cui ombra giocano i bambini vicino ai piani di cottura. Al centro del parcheggio, in fila, brillano sotto il sole belle macchine dalle targhe recenti. Mangiamo mentre Aldo ci racconta dell’organizzazione del campo e della sua attività di lavoro e raccolta del ferro (Giulia e Lorenzo gli ricordano di avergli portato da tempo una teiera da lucidare, che lui non ha ancora fatto).
Mentre Giulia illustra i successivi spostamenti guardo il viso spossato di Francesco e lo uso come scusa per tornare verso casa; anche io sono già stanca. Salutiamo alla metro Anagnina, dove siamo arrivati con l’autobus e dalla quale il gruppo proseguirà per le nuove zone di Osteria del Curato.
Appena ci sediamo nella metropolitana, destinazione Furio Camillo, apro lo zaino per prendere l’acqua. Francesco: «Ma oggi non hai nemmeno attaccato il nastro celeste. Me lo leggi ora?».

FRANCESCA

martedì 2 giugno 2009

La Rustica

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